Casella di testo: 19   ottobre        metodi per diventare santi

Ricordati, o purissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato. Animato da tale confidenza, a te ricorro, O Madre, o Vergine delle vergini, a te vengo e, peccatore contrito, innanzi a te mi prostro. Non volere, o Madre del Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma ascoltami propizia ed esaudiscimi. Amen. 

Venerabile Placido Baccher

Sacerdote e primo rettore del Gesù Vecchio di Napoli

 

Napoli, 5 aprile 1781

+ 19 ottobre 1851

             II Venerabile Don Placido Baccher vide la luce il 5 aprile 1781 a Napoli alla Bagliva, ossia nella moderna lussuosa area dei Guantai Nuovi. .

             II piccolo Placido mostrò ben presto predilezione per le cerimonie religiose; rifuggendo dagli scherzi dei bimbi della sua età, si dedicò agli altarini, ai tempietti, officiando con i fratellini e gli amici quasi fosse un vecchio sacerdote.

             Frequentò il Collegio dei Padri Domenicani di San Tommaso d'Aquino (ai Fiorentini) ove ebbe per maestro il P.Salvatore Pignataro che, insieme con il sacerdote napoletano Don Raffaele Schiano ne curò la formazione culturale e spirituale.

             Nel Collegio dei Domenicani, che frequentò da esterno, attinse una tenera devozione a S. Luigi Gonzaga; quella per la Madonna la ereditò dalla mamma.

             Fu anche prigioniero a Castel Capuano insieme a migliaia di detenuti, che durante la Repubblica Partenopea del 1700 furono sospettati di aver tenuto fede al Re.               Per Placido, Giovane buono e ingenuo, che per nulla si occupava di politica, fu in questo carcere che l'attendeva l'Immacolata per affidargli una grande missione.

             Vincenzo Baccher, suo padre era stato già esiliato; i fratelli Gennaro e Gerardo erano caduti sotto i colpi del plotone di esecuzione, giustiziati nel castello angioino; lui, Placido, era in attesa di sentirsi leggere la sentenza che lo condannava a morte.

             Se il fisico era affranto dalle sofferenze, lo spirito, però, era forte per la viva fede in Dio e per la tenera, filiale devozione alla Madonna: "Domani è sabato - disse - questo giorno non mi può arrecare sventura perchè è il giorno della Madonna, giorno delle divine misericordie...".

             Così aveva pensato e, presa la corona che portava al collo, si mise a recitare il santo rosario. Mentre si assopiva, gli comparve la Madonna che gli disse: "Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu però dovrai essere mio e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento".

             Condotto l'indomani dinanzi al tribunale straordinario i giudici si domandavano: "Ma perché hanno tenuto prigioniero quest'innocente? Ha un'aria così ingenua da essere incapace a far del male". E subito il Presidente ordinò alle guardie: "Via, scioglietegli la catena, egli può andare libero"!

             La Madonna l'aveva salvato e lo salvò ancora quando fu emesso un nuovo mandato di cattura, avendo riscontrato il Presidente del Tribunale che erano stati giustiziati 16 rei e non 17 quanti ne conteneva la lista dei condannati.

             Per sfuggire alla polizia, Placido fu calato con una fune in un pozzo ma per una errata manovra andò a cadere sul parapetto di un terrazzo procurandosi una grossa ferita alla testa.

             Mentre però si rimarginava la ferita, l'esercito del card. Ruffo assediò Napoli; la flotta inglese, al comando del generale Nelson, presidiava dal mare e la Repubblica Partenopea volgeva ormai, definitivamente, al suo tramonto.

             I Gesuiti venuti a Napoli in più occasioni (1539, 1548, 1551) costruirono per la munifica liberalità di Roberta Carafa il Collegio del SS. Salvatore con annessa chiesa, dove sorgeva il palazzo del Conte di Maddaloni che divenne centro di intensa pietà e cultura. Quando nel 1767 i Gesuiti furono espulsi dal Regno di Napoli della chiesa del Salvatore si pensò fare un'aula magna dell'Università e, in un secondo momento, di trasformarla addirittura in teatro.

             La Madonna invece, vegliava sulla sua casa e questa risorse a nuova vita quale centro di apostolato mariano destinato a irradiare la pietà in tutta Napoli. Il privilegiato prescelto dell'Immacolata fu appunto il nostro Don Placido Baccher il quale, sopiti ormai i bollori della rivoluzione, aveva intrapreso gli studi da "chierico esterno" presso il convento di S. Tommaso d'Aquino per divenire sacerdote. Sotto la guida del sacerdote Vincenzo Aprea, suo revisore, si preparò alla vestizione del sacro abito che gli fu imposto il 20 febbraio 1802 e fu assegnato alla parrocchia di S. Giovanni Maggiore.

             Il suo impegno negli studi fu serio e già nel 1803 fu ammesso alla prima clericale tonsura e, nella Pentecoste dell'anno successivo, gli furono conferiti gli Ordini Minori. Nel maggio del 1804 e 1805 ricevette il Suddiaconato e il Diaconato e il 30 maggio 1806 fu consacrato Sacerdote nella Basilica di S. Restituta.

             Celebrò la sua "Prima Messa" nella chiesa di S. Lucia al monte. Fu tutta una festa interiore, senza sfarzo né solennità esterna che potesse turbare l'intimo colloquio con il Cristo Eucaristico che per la prima volta Don Placido stringeva nelle sue mani tremanti.

             Ordinato sacerdote, Don Placido iniziò il ministero con il Padre Pignataro, rettore della chiesa di S. Tommaso d'Aquino. Qui radunava ogni sabato i molti fedeli che gli erano affezionati fin da quando spiegava il catechismo in S. Giovanni Maggiore.

             Con essi, insieme con l'amico Don Gennaro Pellino, recitando il Rosario, si portava alla chiesa dell'Immacolata di Suor Orsola Benincasa. Per questo apostolato mariano e per l'amore che inculcava nelle anime a Gesù Eucaristia, i Superiori lo nominarono rettore della chiesa del SS. Salvatore, detta del Gesù Vecchio, nomina che accettò dopo essersi consultato con il suo confessore P. Francesco Saverio Maria Bianchi (Barnabita asceso agli onori degli altari) e altri sacerdoti suoi amici ricchi di pietà e di scienza.

             La chiesa del Gesù Vecchio era rimasta abbandonata per diversi anni. Don Placido la riportò al suo splendore, e fece costruire l'organo per rendere più solenni le funzioni.

             Profuse tutto il suo patrimonio, che gli fu restituito dai Borboni al loro rientro (dopo la parentesi della rivoluzione), e quante offerte generose gli si offrivano dai fedeli, e così il Gesù Vecchio divenne, per lo zelo del Servo di Dio, una delle più belle e frequentate chiese di Napoli.

             Malgrado tutto, però, soleva dire che la sua chiesa gli sembrava «una casa senza padrona ed una reggia senza la Regina» e perciò pensò alla «MADONNINA».

             Se la fece costruire dall'artista napoletano: Nicola Ingaldi, così come gli era apparsa in Castel Capuano. Come descriverla?... Non ci resta che riportare quanto scrisse don Raffaele Pica, sacerdote del Clero di Napoli, devotissimo del Gesù Vecchio:

             «Essa è lavoro del noto e pio artista Nicola Ingaldi, napoletano; è quasi la terza parte del naturale, parte in creta e parte in legno; le vesti sono di lini benedetti, panneggiati dallo stesso don Placido poi ingessati, inargentati e dipinti.

             Sul manto, sulla veste e sopravveste: stelle, fiori e frange d'oro.... La Vergine sostiene sul braccio sinistro il suo Bambinello, mentre schiaccia la testa del serpente; il Bambino e la Madre hanno il capo cinto di corone d'oro tempestate di gemme. È questa la Madonna di don Placido, una bellezza di Paradiso, una bellezza cui anche Dio apportò splendore!...».

             Ogni commento ci sembra superfluo.

             Per completare diremo solo che don Placido volle porre nelle mani della Madonna e del Bambino la corona del Rosario ed ai piedi della Vergine, sul globo (simbolo del mondo) un bel gruppo di teste di angeli; a destra e a sinistra altri due angeli recanti nelle mani un giglio ed una stella (a destra di chi guarda) uno specchio ed una rosa (a sinistra di chi guarda) quasi a richiamare i titoli delle litanie; Circa il rosario messo nelle mani della Madonna e del Bambino, non si deve dimenticare che don Placido fu un terziario domenicano e, come tale, fu uno strenuo assertore dell'efficacia di questa preghiera.

             Don Placido era convinto, e così istruiva i fedeli, che una vera devozione alla Madonna, deve portare ad una maggiore conoscenza ed amore di Dio e del suo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo.

             Fu Apostolo infaticabile nel diffondere tale devozione, e per le feste dell'Immacolata, durante la «dodicina di preparazione» (ed in particolare per l'Esposizione di Gesù Eucaristia) disceso dal pulpito dopo aver commentato i misteri, si portava all'ingresso del tempio, si scalzava, con una «disciplina» si batteva fortemente; e arrivato all'altare, si cingeva di funi, metteva al collo una catena di ferro, sul capo una corona di legno, e, presa una pesante croce si trascinava in ginocchio per tutta la Chiesa. Non è a dire quante innumerevoli conversioni seguivano a questi edificanti atti di pietà e di penitenza; perfino i facinorosi dell'epoca venivano per consegnare al Servo di Dio armi di ogni genere e chiedevano di confessarsi per cambiar vita.

             Don Placido fece incoronare l’immagine della Madonna e in occasione della solenne celebrazione, la Madonna gli parlò per esprimergli il Suo compiacimento e per premiare la fede del suo fedele servo e di tutti i suoi devoti:

             "Beati i sacerdoti che celebreranno al mio altare e beati i fedeli che vi faranno la Comunione nel sabato seguente alla mia incoronazione" (cioè il sabato dopo il 30 dicembre).

             Da allora a tutt'oggi si sa che nel "Sabato Privilegiato" c'è un pellegrinaggio continuo di fedeli da tutta Napoli, dalla regione campana e oltre, che accorrono all'altare della Madonnina dalle prime ore del giorno fino a sera inoltrata per confessarsi, partecipare alla S.Messa e fare la Comunione.

             II 19 ottobre 1851, all'età di settanta anni e sei mesi, nel giorno sacro alla Purità di Maria; assistito dall'Arcivescovo e da uno stuolo di sacerdoti, tra cui il nipote don Gennaro Baccher; mentre una folla di devoti in chiesa pregava la Madonnina, Placido Baccher, balbettando per l'ultima volta i nomi di Gesù e Maria, lasciava la terra, per entrare nella beata eternità.

             «Voglio rimanere ai piedi della Madonna» aveva spesso ripetuto in vita, volendo significare che alla sua morte desiderava essere sepolto ai piedi della Madonnina. E fu esaudito. Infatti la salma restò esposta per tre giorni in chiesa, il Re concesse la dispensa dall'interro al Cimitero e l'Arcivescovo accolse la domanda dei Prelati e del popolo per il deposito canonico della salma. Recitato l'elogio funebre dal canonico Penitenziere don Giovanni Gallo, la salma fu tumulata dietro l'altare maggiore il 22 Ottobre 1851...

 

Stralciato da un opuscolo del 2002, distribuito nella Basilica Mariana del Gesù Vecchio a Napoli.