Casella di testo: 16 ottobre            metodi per diventare santi
Casella di testo: Io voglio agire in questo mondo come se si fosse soli, io e Dio. 
Se io mi perdo, perdo Dio e che mi resta da perdere, se perdo Dio?
(San Gerardo Maiella)

San Gerardo Maiella

(1726 - 1755)

 

Protettore delle mamme

e dei bambini

 

Memoria liturgica: 16 ottobre

Festa a Materdomini (AV) il 3 settembre

 Fratel Gilardo

 
Dall’alto del pulpito, la voce possente del predicatore. È conosciuto come l’Ira di Dio per via di quella sua infuocata parola in grado di far tremare i banchi e scuotere le coscienze. È l’anno 1749. Padre Paolo Cafaro, della Congregazione del SS. Redentore, sta svolgendo la missione popolare a Muro Lucano, un paesotto in provincia di Potenza. Tra i banchi, assieme agli ammutoliti presenti, un giovane di ventitré anni. È lì in cerca di pace e di una risposta che ancora non riceve. Si sente attratto dalla vita religiosa, ma tutti i suoi sforzi sono stati finora vani. Alla fine
della missione, una decisione improvvisa e, certo, provvidenziale: fugge di casa, rincorre l’insigne predicatore e gli chiede con insistenza di essere accolto tra loro, almeno come fratello coadiutore. Non è la prima volta che Gerardo Maiella manifesta il suo segreto desiderio di darsi a Dio. Anni prima ha provato, inutilmente, presso i Francescani e i Redentoristi. Stesso diniego, stessa motivazione: troppo giovane e di costituzione gracile. In pratica, tutta la sua esistenza è stata scandita dai rifiuti. Ad iniziare dalla fanciullezza quando, dopo la morte precoce del padre, diventa apprendista presso un sarto. Riceve soltanto rimproveri e botte. Più tardi accetta di diventare cameriere presso il vescovo di Lacedonia, uomo burbero e ombroso. Altre sgridate e perfino qualche maltrattamento. Alla morte del vescovo, Gerardo rientra a casa dove apre una piccola sartoria. Sembra che funzioni, ma il suo cuore è lacerato e il pensiero corre al desiderio, mai sopito, di offrirsi al Signore. Adesso è lì, in attesa che l’insigne predicatore emetta la sua sentenza. Finisce per spuntarla e viene mandato a Deliceto, presso Foggia, con una lettera di presentazione nella quale si fa presente “l’inutilità” del ragazzo riguardo la vita religiosa, perché “molto gracile di complessione”. Nel convento di Deliceto c’è il fondatore della congregazione, un certo Alfonso de’ Liguori, il quale, impressionato dalla capacità del ragazzo di lavorare duramente e con umiltà, interviene a suo favore e gli abbrevia il periodo di noviziato. Nel 1752 Gerardo emette la professione come semplice fratello coadiutore, aggiungendo ai voti normali di castità, povertà e obbedienza il proposito di fare sempre ciò che sembra piacere maggiormente a Dio. Le giornate del neo religioso trascorrono nella pienezza di Dio e del prossimo: Gerardo è sarto, sacrestano, cuoco, infermiere ed economo del collegio. Spesso viene inviato presso i vari benefattori del Vulture e della Capitanata per organizzare questue di viveri e di denaro in favore dell’Istituto che versa in gravi condizioni economiche. Fra’ Gilardo - come viene popolarmente chiamato dalla gente -, non perde l’occasione di svolgere anche un’intensa attività apostolica: converte peccatori incalliti, placa risse e discordie cittadine, diventa addirittura consigliere spirituale delle monache carmelitane di Ripacandida e delle benedettine di Corato e di Atella, fatto insolito per un laico senza formazione teologica come lui. Nel giugno del 1754, in seguito ad una vile calunnia, viene trasferito a Materdomini (Avellino). Altro campo di lavoro, stessa fiamma di apostolato. Alla portineria del Convento giungono continuamente frotte di uomini, donne e bambini coperti di stracci. Fra’ Gerardo ascolta tutti, aiuta tutti: arriva al punto di privarsi dei suoi indumenti e di svuotare guardaroba e dispensa. Ammirati da tale dedizione, i Superiori gli impongono di scrivere i racconti delle sue esperienze spirituali. E il giovane e illetterato converso scrive in ginocchio parole che il Fondatore (Sant’Alfonso!) trova di una perfezione spirituale ammirabile: “Io voglio agire in questo modo come se si fosse soli, io e Dio”. “Se io mi perdo, perdo Dio e che mi resta da perdere, se perdo Dio?”. Pallido e sparuto, Fra’ Gerardo obbedisce “allegramente”, come è solito ripetere, senza lamentarsi dei suoi malanni, in particolare di una brutta e insistente tosse che lo perseguita ormai da mesi. Durante la giornata si manifestano espettorati sanguigni, sintomi della tubercolosi che sta minando il suo fisico. Nell’estate del 1755, nonostante le sue precarie condizioni di salute, vuole partecipare alla consueta questua nella valle del Sele, riservandosi le zone più impervie. La questua procede bene fino alla sera del 21 agosto, quando Fra’ Gerardo è colpito da una tosse violenta e da forti sbocchi di sangue. È debilitato e ischeletrito. I medici gli impongono un immediato trasferimento verso luoghi più salubri, ma Fra’ Gerardo non vuole fare la sua volontà senza quella del suo Superiore. Invia una missiva a P. Gaspare Caione per metterlo al corrente della situazione: “Sappia V. Riverenza che mentre stavo ginocchioni nella Chiesa di S. Gregorio, mi venne un butto di sangue. Ieri sera, a Buccino, mentre mi volevo coricare, mi venne la solita tosse, e buttai sangue alla stessa maniera. Mi ordinarono che fossi partito da quell’aria sottile e mi fossi ritirato nell’Oliveto. Ora avviso V. Riverenza per sapere come devo fare: se volete che me ne vengo, subito me ne vengo, e se volete che seguiti la Cerca, la seguiterò senza incomodo... Via sù, mandatemi un’ubbidienza forte e sia come sia... Allegramente, Padre mio caro, non è niente. Raccomandatemi a Dio che mi faccia fare sempre in tutto la sua Divina Volontà”. Il Superiore, nel leggere quelle straordinarie parole, si commuove fino alle lacrime, sentendo il rimorso per avere troppo abusato dell’obbedienza di quel fratello. Immediatamente richiamato, Gerardo rientra nel convento di Materdomini per non uscirne più. Smunto, arso dalla febbre, ridotto ormai a uno scheletro, continua ad avere il volto ridente e lo spirito lieto. Sulla porta della cameretta fa apporre la seguente scritta: “Qui si sta facendo la volontà di Dio, come vuole Dio e per tutto il tempo che piace a Dio”. Muore nella notte del 16 ottobre 1755, all’età di 29 anni. Un’esistenza brevissima, divorata dalla febbre della tubercolosi, ma segnata, soprattutto, dalla fiamma della carità.

 

Alessandro Belano su:

“Don Orione oggi” ottobre 2007