Casella di testo: 23 novembre            metodi per diventare santi
Casella di testo: Sono " coloro che vengono dalla grande prova: essi hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello " (Apoc 7, 13-14),

Sant’ANDREA DUNG-LAC (1795-1839)


Provincia di Bac-Ninch, nel Vietnam settentrionale, all’inizio del 1800. Gli abitanti dei minuscoli villaggi sparsi nella regione conoscono solo fame, miseria e disperazione.

Perfino un figlio, a volte, diventa un problema di sopravvivenza. Molte famiglie non possono allevare i loro nati e se ne disfanno, vendendoli. Capita anche a due genitori pagani: sono così poveri che non riescono a mantenere il loro piccolo. C’è solo un rimedio: venderlo. Ad acquistarlo ci pensa un catechista, il quale conduce il giovane alla missione cattolica di Vinh-Tri, retta dalle Missioni Estere di Parigi. Per il nuovo arrivato comincia una nuova vita: è buono, è intelligente e soprattutto si interessa al bene degli altri. Viene battezzato con il nome di Andrea Dung. Frequenta la scuola locale
e dopo alcuni anni è promosso catechista. La sua esistenza sembra ormai definitivamente segnata: Andrea intraprende gli studi teologici che si concludono il 15 marzo 1823 con l’ordinazione sacerdotale. Inizia con entusiasmo la sua missione di parroco, esercitando il ministero in varie parrocchie sparse nel Tonchino. Le difficoltà e le aperte ostilità non mancano: è combattuto dai pagani, subisce ritorsioni, attentati e minacce di morte. I tempi in cui vive P. Andrea Dung sono tristissimi. Le persecuzioni contro i cristiani del Vietnam, iniziate nel 1625, si succedono una dopo l’altra per opera dei regnanti e dei mandarini locali. Spesso la persecuzione assume connotati di spietata ferocia: molti missionari e semplici fedeli, come testimoniano gli atti processuali degli stessi carnefici, vengono decapitati, crocifissi, strangolati, segati, bruciati vivi, squartati o sottoposti a torture nelle carceri e nelle miniere. I sacerdoti locali e i catechisti stranieri sono sgozzati. Ai catechisti indigeni viene impressa sulla guancia, con marchio di fuoco, la scritta “Ta dao”, ossia “Falsa religione”. I semplici cristiani, se vogliono avere salva la vita, devono rinnegare la fede calpestando la croce davanti ai giudici. Durante il regno di Minh-Manh (1820-1841), proprio quando Andrea Dung diventa sacerdote, la persecuzione contro i cattolici del Tonchino si inasprisce. L’imperatore si ritiene “figlio del cielo” e, come tale, è capo, pontefice, legislatore e giudice assoluto. Esercita il suo potere attraverso la mediazione di una schiera di mandarini e altri funzionari, corrotti sostenitori di questo sistema assolutistico. Mediante una serie di editti il sovrano espelle tutti i missionari stranieri e intima a tutti i cristiani vietnamiti di rinnegare la propria fede e di calpestare il crocifisso. Le chiese sono distrutte; la pratica del cristianesimo è considerata un reato punibile con la morte; viene condannato a morte anche solo chi osa nascondere un cristiano. Molti sono barbaramente trucidati. Impossibile farne un calcolo preciso perché il regime di terrore che si è instaurato impedisce di raccogliere nomi e notizie relative al sacrificio di migliaia di uccisi, tra vescovi, sacerdoti, religiosi, catechisti e semplici fedeli. La terribile persecuzione di Minh- Manh non ferma l’attività di P. Andrea Dung: egli continua a svolgere il suo apostolato sacerdotale a rischio della propria vita, amministrando i sacramenti di nascosto e rincuorando le piccole comunità che riesce a visitare. La sua vita è ormai appesa a un filo: sa che, prima o poi, verrà scoperto, come è stato per tanti altri prima di lui. Viene arrestato una prima volta e condotto alla prefettura di Ly-Nham, ma è riscattato dalla generosità dei cristiani che offrono al mandarino locale tre verghe di argento. Per poter continuare il suo ministero in incognito cambia il nome di Dung in quello di Lac e si sposta continuamente da un luogo all’altro per sfuggire alla cattura. A volte è sconfortato per quella esistenza clandestina che lo costringe a camuffarsi, a nascondersi, a fuggire come un animale: “Quelli che muoiono per la fede, salgono al cielo; noi, invece, ci nascondiamo continuamente, offriamo denaro per sottrarci ai persecutori! Sarebbe meglio lasciarsi arrestare e morire!”. Così sarà. Il 10 novembre 1839 Andrea Dung-Lac è arrestato per la seconda volta. Condotto in carcere vi rimane solo alcuni giorni e poi è rimesso in libertà, dietro versamento di duecento pezzi d’argento raccolti tra i cristiani. Il pericolo mortale sembra essere scampato, ma è solo una illusione. Uscito di prigione, Andrea sale sulla barca per attraversare il fiume. Mentre sta per raggiungere l’altra riva si trova in difficoltà e tende la mano per essere aiutato a scendere a terra.

A sostenerlo, paradossalmente, o provvidenzialmente?, è proprio il segretario dello spietato prefetto locale che lo riconosce e lo fa condurre nella prigione di Hanoi. Qui, per circa un mese, Andrea Dung-Lac subisce vari interrogatori, aperte minacce e inviti ad apostatare e a calpestare la croce, in cambio della vita. Egli preferisce l’altra vita, quella vera, restando fermo nella professione della fede cristiana. Sa bene che cosa lo attende: il martirio fra poco, ma poi, subito dopo, l’incontro con il suo Signore e Maestro. Il 21 dicembre 1839 viene decapitato. Venduto per fame da genitori pagani, Andrea Dung-Lac ha illuminato con il suo esempio e il suo martirio il buio dell’orrore e della persecuzione, scrivendo nella storia della giovane chiesa vietnamita una pagina gloriosa, assieme a centinaia di altri martiri. Uno di questi, dal carcere, così scriveva ai suoi seminaristi: “Questo carcere è davvero l’immagine dell’inferno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. In mezzo a questi tormenti sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me. Egli sostiene tutto il peso della croce, caricando su di me la minima e ultima parte: egli stesso è combattente, non solo spettatore della mia lotta, vincitore e perfezionatore di ogni battaglia. Vi scrivo tutto questo perché la vostra e la mia fede formino una cosa sola. Mentre infuria la tempesta getto l’ancora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore” (dalla lettera di San Paolo Le-Bao-Tinh agli alunni del Seminario di Ke-Vinh nel 1843).

 

Alessandro Belano fdp, su “Don Orione Oggi” - novembre 2004