Casella di testo: 17   novembre     metodi per diventare santi
Casella di testo: quanto sembra essere di mia proprietà è tutto dei poveri e vi prego di distribuire loro ogni cosa 
(S.Elisabetta d’Ungheria, morente)

             Città di Pest, in Ungheria, mese di maggio dell’anno 1211. Nella cattedrale è in corso una solenne cerimonia. Elisabetta, la figlia del re d’Ungheria, sta per fidanzarsi ufficialmente con Ludovico, figlio del Conte di Turingia.

 
             La cerimonia è sfarzosa. Gli occhi di tutti sono puntati sui novelli fidanzati, i quali si distinguono non soltanto per nobiltà e grazia, ma soprattutto per l’età: Ludovico è un ragazzo di undici anni, la principessa ne ha appena quattro! Finita la cerimonia, la piccola Elisabetta parte alla volta del castello di Wartburg, in Germania, la sua nuova residenza. L’accompagnano un corteo di cavalieri ungheresi, dodici dame di corte, due sacerdoti e tredici carri con una dote reale impressionante: piatti d’oro e d’argento, gioielli, corone, diademi, anelli, orecchini, cinture e fibbie, coperte di velluto e 1.000 marchi d’argento. A corte,
l’infanzia della principessina trascorre serena, in compagnia di quattro ancelle che le fanno da madre, da balia, da sorelle, da amiche e da consigliere. Giochi e istruzione, danze e galateo, fino al quattordicesimo anno di età, quando Elisabetta celebra solennemente le nozze con Ludovico. È un matrimonio felice, fondato su un amore autentico e fedele. In mezzo a tanta prosperità e pace, una prima avvisaglia di quanto, fra poco, si abbatterà su di lei. Nel 1226 la carestia devasta la Turingia. La giovane Elisabetta, che nel frattempo è diventata madre di due bimbi, ha tempo e volontà di pensare anche agli altri, agli sventurati che bussano al suo cuore. Fa costruire un ospedale ai piedi del castello di Wartburg dove assiste quotidianamente circa novecento poveri, cura i malati, rivolge particolare attenzione alle madri che stanno per partorire. Si fatica a distinguerla dalle serve: la principessa fila, tesse e sbriga le faccende domestiche come una semplice ancella. Arriva al punto di vendere i propri gioielli per trasformarli in pane e medicine per i bisognosi, suscitando lo sdegno e il rimprovero dei cognati, ma l’ammirazione e la protezione del marito che condivide la nobiltà di cuore della moglie e la sua azione sociale a favore di tanti sventurati. Nel 1227 la sua vita è bruscamente segnata: Ludovico, richiamato dall’imperatore, deve partire per la crociata. Attraversata l’Italia, raggiunge il porto di Otranto, ma, poco prima di imbarcarsi per la Terra Santa, resta vittima di una epidemia. La morte del giovane sposo colpisce duramente Elisabetta, la quale, tuttavia, non si perde d’animo e rinnova la sua fede. Il sacerdote Berthold, presente ai funerali di Ludovico, riesce ad annotare la preghiera che ella recita, piangendo, davanti alla salma dello sposo: “Signore, ti ringrazio per aver ascoltato l’immenso desiderio della tua povera ancella. Nella mia profonda tristezza mi hai voluto confortare rendendomi possibile rivedere i resti terreni del mio amato. Lo amavo davvero con tutto il cuore, più di ogni altra creatura sulla terra. Ma non voglio lamentarmi: si è sacrificato a te secondo la tua volontà... Affido lui e me stessa alla tua divina volontà”. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente. Nell’autunno dello stesso anno è costretta a lasciare la residenza di Wartburg. Inizia per lei un periodo molto doloroso. Si trasferisce prima a Eisenach, poi a Marburgo. Suo fratello, il vescovo di Bamberga, le consiglia di risposarsi: è nobile, è giovane, è di bell’aspetto, potrebbe ricominciare una nuova esistenza. Ma lei ha ben altri progetti. Ora che le hanno tolto ogni cosa, e dopo aver sistemato i tre figli, le resta la possibilità di rinunziare davvero a tutto per dedicarsi a Dio e ai poveri, vivendo la povertà nella sua pelle. Nel venerdì santo del 1228, ponendo le mani sul nudo altare, rinunzia alla propria volontà e ad ogni affezione terrena e si veste dell’abito ruvido del terz’ordine francescano. Deve intervenire fra’ Corrado, suo ex padre spirituale, per obbligarla a far valere i suoi diritti di vedova. Con la dote che le viene assegnata costruisce un ospedale a Marburgo per malati e bisognosi. Lei si sistema in una casupola vicina, per dedicarsi totalmente alla loro assistenza. Ogni giorno, assieme alle inseparabili compagne Isentrud e Guda, raduna i poveri dei dintorni, li lava e li cura, cucinando e servendo loro da mangiare. Vieta alle sue compagne e ai ricoverati di chiamarla “signora”: desidera essere chiamata semplicemente Elisabetta e vuole che le venga dato del tu. Significativamente, ha dedicato l’ospedale e la cappella a San Francesco, morto due anni prima e beatificato quello stesso anno. Per i quattro anni successivi, fino alla morte, conduce una vita di estrema penitenza e di intensa carità, spesso senza mangiare, né dormire, dando tutto ai poveri, accorrendo personalmente al letto degli ammalati. Un giorno giungono da Elisabetta, a Marburgo, gli ambasciatori di suo padre per esortarla a lasciare quella vita di stenti e a far ritorno in patria. La trovano in una misera stamberga, vestita di cenci, intenta a filare la lana. È la risposta silenziosa e definitiva che la principessa dei poveri dà al fasto della corte e all’inganno della ricchezza. Nel novembre del 1231, improvvisamente, si ammala. Due settimane dopo, all’alba del 17 novembre, termina la sua vita terrena con il sorriso sulle labbra. Le sue spoglie, rivestite con l’abito francescano, sono esposte nella cappella dell’ospedale. Molti arrivano in pellegrinaggio, per chiedere la sua intercessione presso Dio: chi ha soccorso, in vita, poveri e bisognosi, continua dal cielo a proteggere quanti ormai la invocano come santa.

 

Alessandro Belano su “Don Orione Oggi” novembre 2005

www.donorione.org

 

Santa ELISABETTA D’UNGHERIA

(1207-1231)

Santa Elisabetta di Ungheria

 

profilo curato da

Gianni Mangano

Messina, 2010