Casella di testo: 9 marzo               metodi per diventare santi
Casella di testo: Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore che gli ripagherà la buona azione (Pro.19,17)

             Francesca Bussa de' Buxis de' Leoni: un nome altisonante, garanzia di potenza e nobiltà. Se poi aggiungiamo quello del padre, l'illustre Paolo Bussa de' Leoni, e della madre, Iacobella de' Roffredeschi, c'è da riprendere fiato per lo sforzo.

 Più nobile di così non si può. A casa è chiamata, in maniera più spiccia e affettuosa, Ceccolella. E la piccola Francesca, sul finire del 1300, cresce negli agi di una nobile e ricca famiglia romana. Riceve una educazione elevata: si intende di arte e di letteratura, conosce perfino la Divina Commedia. Tutto procede bene finché, a tredici anni, secondo il costume del tempo, viene data in sposa a un altro nobile, Lorenzo de' Ponziani. Per lei che si sente portata alla vita religiosa, è un duro colpo. Vorrebbe ribellarsi, ma non trova né la forza in sé, né la comprensione nei parenti. Alla giovanissima sposa non resta che seguire il marito in un lussuoso palazzo in Trastevere. I primi tempi sono un disastro: Francesca ha una crisi che la conduce alle soglie della disperazione. Non mangia, deperisce sempre più, fino a rimanere sospesa tra la vita e la morte per quasi un anno. All'alba del 16 luglio 1398 ha un sogno misterioso: le compare Sant'Alessio che la scuote dal torpore fisico e psicologico: “Tu devi vivere. Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome”. La vita di Francesca cambia radicalmente: si ristabilisce prontamente e, assieme alla cognata Vannozza, suo angelo custode per tutta la durata della malattia, inizia una intensa attività a favore dei poveri e degli ammalati. Con il passar del tempo il palazzo in Trastevere diventa punto di riferimento per ogni diseredato. Le due donne trasformano la loro casa in una specie di ospizio-convento, in cui si insegna a pregare e si dispensano viveri, vestiti e medicine ai molti bisognosi. Fuori, infatti, la situazione è drammatica. La "città eterna" sta passando uno dei periodi più oscuri della sua storia. Un'altra nobile, Brigida di Svezia, alcuni anni prima l'aveva così descritta: “L'erba cresce sulle vie e nelle piazze, ogni monumento crolla, ogni chiesa è abbandonata; Roma è divenuta un abisso di tenebre e di terrore”. Ci troviamo in pieno scisma d'occidente: Roma è senza papa, in balia delle lotte tra le potenti famiglie degli Orsini e dei Colonna che la riducono allo sbando. Tra il 1404 e il 1410 la città è occupata per tre volte da Ladislao di Durazzo, re di Napoli, che la mette a ferro e fuoco. La guerra colpisce da vicino anche Francesca: nel corso di una delle tante sommosse, il marito viene seriamente ferito e mutilato (resterà infermo tutta la vita), uno dei figli avuti in matrimonio è preso in ostaggio, la casa è saccheggiata. Tutte queste sventure non piegano il suo animo. Il palazzo continua a essere meta obbligata di bisognosi d'ogni genere. Con il consenso del marito vende tutti i vestiti e i gioielli a favore dei poveri, indossa un abito di stoffa scura e ruvida, coltiva un campo nei pressi di San Paolo da cui ricava frutta e verdura che distribuisce servendosi di un asinello. Arriva al punto di chiedere l'elemosina all'entrata delle chiese per poi distribuirla a chi si vergogna della propria miseria. Ormai per le vie di Roma è conosciuta e stimata come “la poverella di Trastevere”. Conquistate dal suo esempio altre donne generose si mettono a seguirla sulla via della carità. Nasce così il primo nucleo della futura famiglia religiosa delle oblate. Nel 1412 Roma è colpita da una epidemia di peste. Francesca si dedica con tutte le sue energie nell'opera di assistenza ai malati. Resta colpita anche lei dalla peste, ma miracolosamente ne esce illesa. E riprende a servire. Prepara da mangiare ai malati, lava la loro biancheria, stipendia un sacerdote per assisterli, paga di tasca propria i medici. Lei stessa si improvvisa infermiera e dottoressa: inventa una pomata prodigiosa composta di cera, olio, maggiorana e ruta che consiglia di spalmare sulla parte malata. Funziona, e molti guariscono. Durante il processo di canonizzazione saranno ricordati circa sessanta casi di guarigione avvenuti grazie al suo unguento. Anche quando il suo secondogenito si ammala e muore, Francesca continua ad amare e lottare, portandosi sulle spalle il peso delle miserie e delle sofferenze umane e quello della rigida penitenza che continua nascostamente ad esercitare. Spesso passa intere notti in veglie e preghiera; il suo cibo ordinario è composto da pane, erbe e legumi; non beve che acqua. La sua vita è segnata non solo dalle gemme della carità, ma anche dalla luce della contemplazione, attraverso straordinarie esperienze mistiche, sopratutto visioni e sogni premonitori che Don Giovanni Mariotti, suo direttore spirituale e biografo, annota con precisione. Nonostante un'attività così febbrile non si attenua in lei la vocazione per la vita monastica. Nel 1425 fonda una comunità di Oblate olivetane, una specie di Terz'Ordine che, nel 1433, si costituirà in ordine religioso, la congregazione delle Oblate della Santissima Vergine (poi dette Oblate di Santa Francesca Romana), dedite alla carità, all'orazione e all'esercizio delle virtù. Francesca, pur recandosi quotidianamente nel monastero di Tor de' Specchi, situato ai piedi del Campidoglio, continua ad abitare nel suo palazzo di Trastevere per accudire il marito semi-paralizzato: soltanto dopo la sua morte, nel 1436, si unisce alle compagne come Superiora, lasciando la casa e affidandone l'amministrazione al figlio Battista. Ai primi di marzo del 1440 è informata che il figlio è gravemente infermo e, sebbene anche lei malata, si precipita al palazzo di Trastevere per assisterlo. Il figlio guarisce, Francesca, ormai sfinita, non riesce a tornare in convento ed è costretta a restare lì, in quella abitazione che, tredicenne, la accolse come sposa infelice. Il cerchio della sua vita sta ormai per chiudersi. Muore in punta di piedi, il 9 marzo 1440, verso il tramonto, lasciando alle consorelle che l'attorniavano il suo saluto di commiato: “Finisco il mio vespro, poiché si fa sera”. Il feretro venne esposto per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nuova, ai Fori Imperiali (la chiesa che oggi porta il suo nome). Riferiscono i cronisti che “tota civitas”, tutta la città, si radunò per recare l'estremo saluto a una santa già tanto popolare. Quando Paolo V, nel 1606, chiese al cardinale Roberto Bellarmino se riteneva opportuno che Francesca Romana entrasse nel calendario universale della Chiesa ricevette dal Santo questa risposta: “La si può proporre come esempio di virtù per tutte le età e per ogni stato di vita”. Era proprio vero: Francesca era stata straordinaria fanciulla, sposa, madre, vedova, suora, fondatrice, infermiera, superiora, taumaturga, mistica, ma soprattutto santa. La nobile e aristocratica Francesca Bussa de' Buxis de' Leoni, dal nome così altisonante, aveva preferito disfarsi di tutti i suoi titoli per fregiarsi dell'unico che preferiva, quello datole dai suoi assistiti: “la poverella di Trastevere”.

Alessandro Belano fdp su “Don Orione Oggi” marzo 2005

www.donorione.org

 

 

Santa

FRANCESCA ROMANA

(1384-1440)

Santa Francesca Romana

 

profilo curato da

Gianni Mangano

Messina, 2010