Casella di testo: 22 maggio        metodi per diventare santi
Casella di testo: I Santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e amore. (Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est).

   S. Rita nacque a Roccaporena  di Cascia, nell’Umbria verde, detta la Galilea d’Italia, da vecchi coniugi, che si credevano sterili: Antonio Lottio e Amata Ferri, detti “Pacifieri di Cristo”, per la loro virtù.

Fu dono eletto del Cielo, ricompensa delle orazioni e delle buone opere.

I genitori ne raccolsero il nome da un fiore : Margherita, di cui Rita  è  diminutivo.

Probabilmente, l’anno di nascita era il 1381, un anno dopo la morte di Caterina da Siena, quasi a segnare una continuità non priva di meraviglioso significato spirituale.

          L’ambiente in cui nacque era caratterizzato da continui scontri armati tra i partigiani delle contrapposte grandi potenze o da locali, ma non meno violente, guerriglie paesane o di clan familiari. Le opposte militanze dei guelfi fautori dello Stato Pontificio e dei ghibellini ad esso contrari fomentavano odi politici che si aggrovigliavano a quelli di natura sociale tra nobili e plebei. La tracotanza degli uni e l’insofferenza degli altri innescavano faide e vendette individuali e collettive.

          I numerosi predicatori, che si alternavano sui pulpiti delle chiese, non si stancavano di ammonire i casciani e di ricordare loro la legge evangelica del perdono. Alla missione evangelizzatrice degli uomini della Chiesa si aggiungeva l’azione educatrice dei “pacieri”, che erano uomini o donne particolarmente stimati, cui gli statuti del libero comune affidavano ufficialmente l’ardua incombenza di pacificare  i contendenti o, almeno, di scongiurare vendette cruente. E probabilmente, anche i genitori di Rita esercitavano, appunto, l’ufficio di pacieri, nel borgo di Roccaporena.

          Della vita di Rita, e soprattutto del periodo precedente il suo ingresso in monastero, si sa pochissimo. E le poche notizie giungono soprattutto dalla tradizione orale, che per lunghi secoli fu l’unico modo di tramandare ai figli la memoria dei padri. Dovettero passare circa  cinquantotto anni dalla morte, prima che i racconti della sua vita fossero messi per iscritto.

          Roccaporena, il luogo natale della santa, è oggi un bel paesino umbro, in provincia di Perugia, ma nel Trecento, era un minuscolo agglomerato di casupole e capanne, al fondo di una conca circondata da monti ricchi di foreste, dominato politicamente dal vicino comune di Cascia.

           La prima preoccupazione dei genitori di fronte al dono ormai non più atteso  fu certo il battesimo, amministrato alla piccola probabilmente lo stesso giorno della nascita o, comunque, subito dopo, secondo l’antica usanza.

           Si ritiene che i genitori appartenessero non alla classe sociale più modesta, ma a quella benestante. La santa viene, infatti, spesso raffigurata con libri in mano; perciò, per lo meno, doveva saper leggere e ai suoi tempi non tutti potevano studiare.

          L’infanzia di molti santi, stando a certe biografie, è spesso costellata di episodi miracolosi e, dopo il  Battesimo,    cominciarono    a   manifestarsi anche in S. Rita i doni celesti. Si narra che uno sciame di api bianche le volteggiasse attorno, mentre era addormentata nella culla, entrando e uscendo dalla bocca, senza arrecarle alcun danno. Le api e il loro miele sono segno di “dolce conversazione”, cioè di colloquio con Dio, come se Rita fu gradita a Dio, dolce più dello stesso miele. L’episodio veniva considerato, sin da tempi antichi, come un augurio di grandezza. Qualcosa di simile è raccontato pure su S.Ambrogio.

        Ma Rita, come ha scritto Giovanni Paolo II, è santa “non tanto per la fama dei prodigi che la devozione popolare attribuisce alla sua intercessione presso Dio onnipotente, quanto per la sua stupefacente normalità dell’esistenza quotidiana, da lei vissuta come sposa e madre, poi come vedova e infine come monaca agostiniana”. Al di là dei fatti prodigiosi o immaginari, l’infanzia di Rita fu simile a quella delle sue coetanee: casa e campi, casa e fontana con la brocca dell’acqua e  panni da lavare, casa e bosco per raccogliere legna da ardere, e certamente casa e chiesa. Se santa Rita non fosse stata una fanciulla pia e assidua alla preghiera, nell’ora della prova non avrebbe retto.

          A 14 o 18 anni circa, i genitori le proposero il matrimonio di un giovane: Paolo Mancini di Ferdinando, mentre Rita aspirava alla vita claustrale.

           Desiderava consacrare la sua carne vergine e il suo sangue puro all’altare del “Divin Incantatore, del Divin Fascinatore”, ma dovette andare incontro al giovane, di belle qualità , ma di carattere focoso, che pare pure le alzasse le mani. Al suo tempo, e nel suo comune, celebrare il matrimonio poco oltre l’adolescenza non doveva essere una eccezione. Essendo i genitori di Rita anziani e oppressi da non poche infermità, erano desiderosi di  vedere la figlia sposata, prima di morire. Quindi le proposero quell’uomo. E se lei rifiutò non fu certo perché solita farlo nei confronti dei genitori, ma perché riteneva fosse Gesù Cristo Crocifisso il suo Sposo, cui aveva promesso verginità. E se dovette poi lo stesso sposare non stupisce, perché a quei tempi era usuale sollecitare, come ostacolare i matrimoni, per ragioni di convenienza economica o sociale, o come atto di riparazione.

         Certa è  l’immagine del marito, quale uomo difficile e “risentito”, “feroce” addirittura, che “atterriva nel parlare e spaventava nel conversare”, Ma, forse, è stata anche la tradizione e la fantasia popolare ad ingigantire la brutalità e la violenza   dell’uomo,    presentando    la santa    intenta    ad   ammansirlo, come s. Francesco d’Assisi di fronte al lupo di Gubbio. Questa presunta caratteristica del marito appariva, comunque,  coerente con la fama che circondava i casciani nei secoli passati. Di certo, aveva un carattere forte. Così, nel 1697, il Simonetti scrisse che “Ferdinando era un uomo ben disposto e di civile aspetto, ma aspro, rigido, risentito, dedito alle armi,  alla sensualità, e, in poche parole, poco buon cristiano”. Era temuto, perché persona rissosa, che non sfuggiva le contese, ma le procurava con le parole aspre e altere.

          Andata in sposa, la quattordicenne Rita portò, secondo la consuetudine, la sua dote: una pezza di tela, qualche utensile da cucina, il necessario per cucire e rattoppare. Madre di due gemelli, Gian Giacomo e Paolo Maria, innestò nel loro cuore il nome  benedetto di Gesù, che fu il primo nome che le loro labbra innocenti pronunciarono e l’ultimo ad uscire dal loro cuore nel momento supremo dell’offerta materna a Dio. Fu moglie e madre esemplare, attenta alle esigenze  del marito e dei figli e soprattutto alla loro educazione cristiana.

         Coltivò i figli come piante del cuore, sebbene,  a volte, raccolse dalle loro anime, invece che amore, triboli e spine.

         Lo sposo, Mancini Paolo di Ferdinando, partecipando, con ogni probabilità, ad una sommossa popolare, fu ucciso da parte avversa. Ma può darsi pure che  si trattò di un agguato nei pressi del  castello di Collegiacone, a qualche chilometro dalla sua casa. Nessun testimone, nessun particolare del delitto, nessun nome degli aggressori. Ignoto è pure il movente e il periodo dell’anno.  La notizia scosse la donna, per quanto forte, che corse coi figli sul posto del delitto, per cadere in ginocchio e pregare, dopo aver coperto la nudità del corpo squarciato dello sposo e nascosto la camicia insanguinata del marito, per evitare che la vista del sangue eccitasse i figli alla vendetta.

          La drammatica morte del marito fu per Rita fonte di dolore, ma pure occasione di crescita spirituale. Rita fu vittima dell’odio, ma non odiò. Pose la sua croce accanto a quella del Maestro e ne ascoltò la voce: ”Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Si aprì al perdono.

         Ma i figli erano ancora ragazzi alla morte del padre. Una vendetta indiscriminata avrebbe potuto attirare su di loro e la povera madre problemi molto gravi: il carcere e perfino la pena di morte. Con forza, in questo drammatico momento della sua vita, Rita pregò intensamente per diventare capace di perdono e perché i figli non diventassero loro stessi assassini, per vendicare il padre. Preferì non vederli più, piuttosto che vederli macchiarsi di sangue o puniti con la morte del supplizio, come vittime del loro stesso odio. “Meglio morti che assassini!” Fu esaudita. Nel breve tempo di un anno, i due giovani furono sepolti accanto al padre. Pare furono colpiti da un fulmime, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro.

         Spogliata degli affetti più cari, Rita si trovò sola e cominciò a vedere sempre più chiara la sua nuova strada, che l’avrebbe portata a Dio.

         Libera da ogni legame col mondo, poté finalmente soddisfare il suo più grande desiderio: vivere la vita religiosa nel Monastero di S. Maddalena di Cascia, fra le Religiose Agostiniane. La vocazione agostiniana non fu determinata tanto dalla presenza del monastero stesso di S. Maria Maddalena a Cascia, perché sempre a Cascia vi erano altri monasteri, quanto dalla spiritualità che si irradiava dalla chiesa e dal convento di S. Agostino, costruiti nella seconda metà del XIII sec., e dal monastero femminile agostiniano di S. Lucia. Fin dal 1244, gli agostiniani si dedicarono alla evangelizzazione e alla difesa della Chiesa, sull’esempio del loro maestro, di cui studiavano la dottrina e seguivano la spiritualità. Inoltre, custodivano i tesori della patristica e della cultura classica. Dopo la “grande unione” di altri ordini, l’ordine agostiniano fiorì in modo straordinario un po’ da per tutto. E così pure in Umbria. S. Rita entrò nel monastero nel 1407, guidata dai suoi protettori: S. Giovanni Battista, S. Agostino e S. Nicola.

         Più volte si era recata a  Cascia, per chiedere alle monache che la accogliessero, ma il portone del monastero restava sempre chiuso per lei, non certo per l’età - trentasei anni - né per la condizione vedovile, quanto perché vedova di un assassino. Non si era certi che fosse spento il sentimento di vendetta in lei. Anche a distanza di anni, un delitto può chiamare altri delitti. Inoltre, se dietro l’assassinio del marito di Rita vi erano motivi politici, come non è improbabile, è possibile che si temessero le devastanti cavalcate punitive di bande provenienti da città o da fazioni nemiche, a quel tempo frequenti.

          Le agostiniane di S. Maria Maddalena non volevano correre rischi accogliendo la vedova di Roccaporena, sarebbe stato pericoloso per le monache, per il monastero e per Rita stessa.

          Rita  poteva rivolgersi a qualche altra abbadessa, ma voleva professare la regola agostiniana, non un’altra e voleva farlo nel monastero di s. Maria Maddalena, forse perché era l’unico a Cascia ad ammettere vedove. Per realizzare la sua vocazione doveva riportare la pace fuori del monastero, invece di metterla in pericolo dentro di esso. Se, dopo molte perplessità vi fu ammessa, forse fu perché riuscì a riconciliare gli autori del delitto con le fazioni avversarie.

         Rita si affidò al Signore, con intensa preghiera. Ebbe il conforto di tre santi protettori: S. Giovanni Battista, S. Agostino e S. Nicola da Tolentino.

         Pare che di fronte all’ennesimo rifiuto delle monache di accoglierla, s.Rita si fosse scoraggiata e mentre se ne stava timida e ansiosa, fu consolata da questi tre suoi protettori, che l’introdussero dentro il monastero, in modo a lei incomprensibile e poi scomparvero. Al mattino le monache, trovandola dentro il monastero, non riuscirono a comprendere come fosse entrata, di notte e con le porte serrate. Udito da lei, con semplicità ed ingenuità, quanto era accaduto, finalmente l’accettarono, come per uniformarsi ad una diretta disposizione divina. Così, Rita potè celebrare un diverso matrimonio, che l’avrebbe resa madre spirituale di innumerevoli figli.

          L’evento centrale dei quarant’anni di vita claustrale della santa fu la ferita in fronte, che le procurò una spina staccatasi dal Crocifisso davanti al quale stava pregando. Era l’anno 1442 e Rita aveva da poco superato i sessant’anni. Chiese di partecipare alla passione del Cristo e il suo sposo in qualche modo l’esaudì.

          Gli ultimi eventi relativi alla vita claustrale non sono molto noti.

          Si racconta che al momento della morte, una parente venne   a trovarla e, trovatola  sul letto di morte, le domandò cosa potesse fare per lei. La Santa le chiese di tornare a Roccaporena, suo paese natale e di recarsi nella casa dove lei era stata sposa di Ferdinando, per andare in giardino e prendere la rosa che lei lì avrebbe trovato. Era inverno, c’era la neve ed era impossibile trovare delle rose. La parente avrà pensato che la povera Rita delirasse, ma volle ugualmente andare e fare ciò che le era stato chiesto. Nel giardino, fra la neve, trovò la rosa, come aveva detto Rita. Quella rosa simboleggierebbe il cuore del marito, che la santa , in qualche modo, aveva raddolcito. Da tale fatto deriva l’uso delle rose benedette.

 

Da: http://www.santarita.altervista.org

 

Santa Rita da Cascia

vedova e religiosa

 

Roccaporena,

presso Cascia, Perugia,

c. 1381

 

+ Cascia, Perugia,

22 maggio 1447