Casella di testo: 17 maggio                  Metodi per diventare Santi 
Casella di testo: ...gettarci umilmente ai piedi di Gesù, nel silenzio e nella solitudine, e disporre almeno di una mezz’ora al giorno: è allora che Iddio, parlandoci, si fa Maestro. (San Luigi Orione)

San Pasquale Baylon    

(1540-1592)

Religioso francescano

Patrono dei Congressi Eucaristici

Sul finire del 1558 un giovane diciottenne bussa alle porte del convento francescano di Nostra Signora di Loreto, nei pressi di Montfort, in Spagna.

 

             È timido, introverso, ma in cuor suo è deciso a farsi frate. Farfuglia qualcosa. Al padre guardiano basta un’occhiata e qualche domanda per capire, o, meglio, per non capire. Viene respinto con un secco rifiuto, forse perché semi-analfabeta, o, forse, per via di quel puzzo di pecora che impregna i suoi poveri vestiti.

             Non gli resta che tornare indietro, avvilito, al gregge che ha momentaneamente lasciato. Del resto, con le pecore, c’è avvezzo da tempo. Si può dire che la sua infanzia è passata di gregge in gregge, in compagnia dei cani, nelle sperdute terre del regno d’Aragona.

             È nato a Torrehermosa, un piccolo paese della provincia di Saragozza, il 16 maggio del 1540, giorno di Pentecoste. Lo hanno chiamato Pasquale, a ricordo della festività. La famiglia è povera e ognuno deve provvedere al sostentamento della casa. A sette anni tocca anche a lui, quando il padre gli affida l’incarico di badare un gregge di dodici pecore. Il piccolo Pasquale Baylon vi si applica con tutte le forze tanto da diventare, con gli anni, un esperto pastore al quale i ricchi allevatori affidano le proprie greggi. Il mestiere è duro, ma gli lascia il tempo per riflettere e pregare. Nei vari spostamenti, di pascolo in pascolo, ha sempre con sé un piccolo libro da messa: con l’aiuto di alcuni compagni che si improvvisano maestri, su quelle pagine impara stentatamente a leggere e a scrivere.

             Alla scuola della vita apprende anche gli altri valori, quelli che non si trovano sui libri stampati. È conosciuto e stimato per la sua innata onestà: quando alcune pecore danneggiano i campi seminati, è solito segnare in un libretto il nome del padrone per poterlo risarcire dei danni arrecati; se non ha più inchiostro, utilizza un po’ di sangue preso dall’orecchio di qualche agnello.

             Avanti così, per anni e anni, in una esistenza umanamente povera e semplice, quasi insignificante, per certi aspetti fallimentare. Eppure Pasquale è felice del suo lavoro, anche se, segretamente, avverte in sé il richiamo per la vita francescana.

             Ostinatamente fermo in questo suo desiderio si fa coraggio e torna nuovamente a bussare al convento francescano di Montfort, in Valencia, dove viene finalmente accolto.

             Il 2 febbraio 1564 è ammesso al noviziato e l’anno dopo emette la solenne professione come semplice fratello laico, non ritenendosi degno di accedere al sacerdozio.

             Nei conventi in cui viene destinato - Villena, Elche, Jumilla, Ayora, Valencia, Játiva - fra’ Pasquale assolve con diligenza i compiti che i superiori gli assegnano: è nominato portinaio, aiutante di cucina, sacrestano, questuante. Nei momenti liberi vanga l’orto oppure rammenda qualche vecchio saio o aggiusta sandali consunti. La sua unica ambizione è quella di essere “la scopa della casa di Dio”.

             Abituato ad una vita di stenti, gli bastano poche ore di sonno per riposarsi; dorme su alcune tavole di legno, coprendosi d’inverno con una pelle di pecora. Conduce una vita ascetica rigidissima: non beve vino, escogita penitenze fisiche e mortificazioni, cede volentieri il suo piatto. Poiché dorme poco è incaricato di svegliare gli altri frati, battendo con un bastone alla porta delle loro celle.

             L’attività di questuante è particolarmente dura. Percorre centinaia di chilometri portando tutto a spalla, come è d’abitudine per i frati cercatori. Un giorno, alcuni passanti, nel vederlo ricurvo, con un pesante carico di anfore sulle spalle, gli chiedono come mai non si è procurato un asino. Risponde, con l’umorismo dei santi, che è difficile trovare un asino migliore di lui.

             Finisce per trascorrere gli ultimi anni nel convento di Villareal dove, favorito da doni mistici, come la scrutazione dei cuori, diventa apprezzato e ricercato maestro di spirito.

             L’amore per l’Eucaristia è la nota caratteristica della sua vita religiosa. Riferisce l’ultimo suo Superiore, P. Jiménez: “Passava tutto il tempo possibile in adorazione davanti al SS. Sacramento. L’ho trovato ai piedi del tabernacolo al mattino presto, poco prima della messa. Ai piedi del tabernacolo lo ritrovavo al tramonto: si stava riposando dalle sue fatiche!”.

             Attorno a lui si forma un gruppo di anime che si unisce nell’adorazione eucaristica, in un periodo in cui sta dilagando la contestazione protestante di luterani e calvinisti che negano il dogma della presenza reale di Gesù nell’Eucaristia e del valore sacrificale della Santa Messa.

             Oltre che a Dio, fra’ Pasquale dedica il tempo anche ai poveri. A mezzogiorno si forma una coda interminabile alla porta del convento: ci sono giovani senza lavoro, anziani caduti in disgrazia, sbandati di ogni categoria. Per tutti c’è un piatto di zuppa e un pezzo di pane. Ma c’è soprattutto lui, fra’ Pasquale, il quale, oltre a distribuire un mestolo di minestra, ascolta i problemi, offre consigli, incoraggia gli sfiduciati, conforta gli smarriti.

             Nel 1576 il ministro provinciale lo invia a Parigi per un delicato incarico. La missione è rischiosa, in una Francia in fermento per le dispute teologiche dei calvinisti sulla dottrina eucaristica. Per tutto il viaggio, il “papista” fra’ Pasquale è oggetto di continue derisioni, insulti e percosse. Ad Orléans corre addirittura il pericolo di soccombere sotto la sassaiola di alcuni esagitati contestatori. Nelle dispute, però, ha la meglio, lasciando ammutoliti gli avversari.

             Tornato in convento, l’illetterato frate compone un piccolo libro di sentenze, una specie di compendio comprovante la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia.

              Trascorre gli ultimi anni nel servizio a Dio e al prossimo, finché, debilitato da una instancabile attività e dalle continue penitenze, cade ammalato. Gli ultimi otto giorni di vita sono per lui particolarmente sofferenti: non vuole né alimenti, né medicine. Alla vigilia della morte chiede, inutilmente, di essere disteso sulla nuda terra.

             Muore il 17 maggio 1592, all’età di cinquantadue anni. Per una singolare e significativa coincidenza è il giorno di Pentecoste, come era avvenuto alla nascita, mentre le campane del convento, secondo l’usanza di allora, stanno suonando per ricordare ai fedeli che si è giunti al momento dell’elevazione dell’ostia consacrata. Ma al serafino dell’Eucaristia ormai non servono più i segni sacramentali, né il richiamo delle campane: adesso finalmente vede, faccia a faccia.

 

Don Alessandro Belano su “Don Orione oggi” maggio 2006

www.donorione.org