Casella di testo: 21  giugno      metodi per diventare santi
Casella di testo: “Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito”

             Il principe della carità

Don Ferrante Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere, principe del Sacro Romano Impero, Gran Ciambellano. È in viaggio verso Madrid, assieme ad altri nobili. Sta accompagnando l’imperatrice Maria d’Austria, figlia di Carlo V, alla corte spagnola del re Filippo II. Nomi che fanno tremare e che riempiono lunghi capitoli dei libri di storia. È l’anno 1581. Nella comitiva c’è anche un ragazzo di 13 anni, Luigi, il figlio primogenito di Ferrante Gonzaga. All’arrivo a corte, il giovane è nominato paggio di don Diego, principe ereditario delle Asturie, con grande gioia del padre che nutre nei riguardi del suo primogenito speranze di gloria. Con il suo pittoresco giustacuore e calzamaglia, Luigi è un perfetto nobile di corte. Si distingue per serietà e intelligenza. All’occasione dimostra capacità oratorie insospettate, come quando gli viene affidato l’incarico di pronunciare il discorso ufficiale in latino davanti a Filippo II. In mezzo alle occupazioni di corte, Luigi segue un piano di studi presso l’università di Alcalà che comprende lettere, scienze, logica, filosofia, teologia e Sacre Scritture. Ma questo stimato adolescente sta vivendo una fase critica della sua giovanile esistenza. È incerto sul suo futuro e, soprattutto, sulle scelte che lo attendono. Non condivide per nulla il mondo militaresco del padre e neppure quello fastoso, futile e godereccio delle corti. È intenzionato a rinunciare a ogni suo diritto di primogenitura, per dedicarsi a Dio. Qualcosa, al riguardo, ha già manifestato ai parenti, suscitando aspre reazioni e critiche. Luigi sa che quel suo desiderio di farsi religioso rappresenta per il padre un duro colpo. Fin dall’infanzia è cresciuto in mezzo ai soldati, in vista di una carriera militare. Nel 1576 viene mandato a Firenze, presso la corte del Granduca di Toscana, perché impari meglio la lingua italiana e le buone maniere. Ciò che vi trova sono ben altre realtà: il lusso e l’ipocrisia dei nobili, la corruzione degli amori illeciti, gli intrighi e le sopraffazioni dei potenti. Il senso di disagio per quel mondo che non condivide e che percepisce prepotentemente come non suo, lo attanaglia anche presso la corte di Madrid. Nel 1584 Luigi rientra in Italia con la famiglia e rinnova al padre il desiderio per una scelta di vita radicale. Don Ferrante tenta di distogliere il figlio da tale proposito mandandolo in visita alle corti di Mantova, Parma, Torino e Ferrara. Non serve a nulla, perché la tenace volontà di Luigi è sostenuta e guidata da una Volontà ancora più grande. E a vincere sarà lui e l’Altro. Il 25 novembre del 1585, all’età di diciassette anni, il nobile Luigi Gonzaga fa il suo ingresso nel Collegio Romano dei gesuiti, per iniziare il noviziato. I Superiori ne ammirano l’umiltà e la disciplina. La sua viva intelligenza, unita a una solida spiritualità, finisce per stupire anche il suo maestro, san Roberto Bellarmino, e quanti hanno il privilegio di vivergli accanto. Nel 1587, Luigi entra definitivamente nella Compagnia andando ad abitare presso il Collegio Romano, per prepararsi a ricevere il sacerdozio. Ama ridere e scherzare con i suoi compagni che seguono i corsi di teologia, si sottopone a ogni lavoro umiliante, si offre generosamente per la questua. Il suo fisico, già fragile per natura e indebolito da penitenze corporali, si sta però visibilmente incrinando. Soffre di tisi e di terribili emicranie, al punto che i Superiori, temendo una tubercolosi, lo inviano per alcuni mesi a Napoli. Luigi rientra a Roma apparentemente guarito e, nel 1588, riceve gli ordini minori. È ormai prossimo all’ordinazione sacerdotale, ma i disegni di Dio, su di lui, sono diversi. Nel 1590 la città di Roma è sconvolta da una terribile epidemia di peste a cui si aggiunge una di tifo esantematico. Dappertutto si assistono a scene di orrore e morte. In pochi mesi muoiono migliaia di persone, tra le quali tre Papi, in rapida successione (Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV). I Gesuiti si impegnano a servire gli appestati nei vari ospedali della città, fino al punto di adibire a infermeria la loro stessa casa. Luigi ottiene il permesso di dedicarsi agli ammalati nell’ospedale di San Sisto e, quindi, in quello di Santa Maria della Consolazione. Con i piedi scalzi e una bisaccia in spalla, raccoglie i malati, li assiste amorevolmente, bussa ai palazzi dei signori in cerca di elemosine. Uno dei testimoni, il gesuita padre Guelfucci, rivela: “Ho veduto con li occhi propri (...) con quanta diligenza e affetto serviva alli infermi più poveri e bisognosi, col spoliarli, metterli in letto, porgergli il cibo, imboccarli, esortarli alla pazienza, istruirli per la confessione. Osservai ancora che eleggeva quelli ammalati più stomachevoli et più fuggiti dalli altri et li abbracciava et maneggiava secondo le loro necessità con prontezza et allegrezza grande”. In quei tragici mesi un’altra luce brilla tra i vicoli bui, per portare aiuto e conforto: quella di San Camillo de Lellis, altro gigante della carità. Un giorno Luigi si imbatte in un appestato, abbandonato in mezzo alla strada. Se lo carica sulle spalle e lo porta all’ospedale, prestandogli le prime cure. Quel gesto di vita si trasforma, in lui, in germe di morte. Il 3 marzo, rientrato a casa, accusa i primi sintomi del contagio, con febbri altissime. Nei giorni successivi, benché molto debole, si sforza di scendere dal letto per pregare davanti al crocifisso. Al suo confessore, San Roberto Bellarmino, chiede se è possibile andare direttamente in paradiso senza passare attraverso il purgatorio. Il 10 giugno scrive una commovente lettera alla madre. È il suo commiato e il suo testamento spirituale: “I medici, che non sanno come vada a finire, cercano di fare ogni cosa per la salute del corpo. Ma per me è più importante pensare che Dio, nostro Signore, voglia concedermi una salute migliore di quella che possono ottenere i medici; e dunque sono davvero felice, perché spero che fra pochi mesi Dio, nostro Signore, mi chiami dalla terra dei mortali nel regno dei vivi”. Muore il 21 giugno 1591, a ventitre anni, pronunciando le parole In manus tuas, Domine, committo spiritum meum, “Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito”. Nei libri di agiografia viene narrato un piccolo, ma significativo episodio che sottolinea magnificamente la gioiosa e serena disposizione d’animo di questo tenace campione della carità. Quando era già gesuita, un giorno, mentre era intento al gioco delle bocce, gli venne chiesto: “Luigi, che cosa faresti se tu sapessi di dover morire domani?”. Senza scomporsi, rispose: “Continuerei a giocare”.

Don Alessandro Belano su “Don Orione Oggi” giugno 2007

San Luigi Gonzaga

Religioso Gesuita

 

Nato a

Castiglione delle stiviere, Mantova, il 9 marzo 1568

 

Morto a Roma

il 21 giugno 1591