Casella di testo: 6  gennaio           metodi per diventare santi
Casella di testo: Noi abbiamo visto la sua stella in oriente 
e siamo venuti con doni per adorare il Signore. (cf. Mt 2,2)

San Carlo da Sezze

frate laico francescano

 

 

nato a Sezze (Latina)

il 19 ottobre 1613

 

 

m. a San Francesco a Ripa in Roma

il 6 gennaio 1670

             Nato a Sezze (Latina) il 19 ottobre 1613 da Ruggero Marchionne e da Antonia Maccione, contadini di grande religiosità e di buona condizione, Giancarlo fu battezzato il 22 dello stesso mese, come risulta dall'atto di battesimo tuttora conservato nell'Archivio capitolare della cattedrale di S. Maria. Per gravi incomprensioni con il maestro dovette sospendere gli studi elementari: fece il pastore e poi il contadino. A diciassette anni emise il voto di castità perpetua in onore della Vergine e, qualche tempo dopo, chiese di essere ricevuto nella provincia romana dell'ordine dei Frati minori; contro il parere dei genitori e dei parenti che lo avrebbero voluto sacerdote, Giancarlo preferì rimanere semplice religioso, senza accedere agli ordini sacri: vestito, pertanto, l'abito dei Frati minori nel convento di Nazzano il 18 maggio 1635, dopo aver superato molte difficoltà emise la professione religiosa nel 1636 con il nome di fr. Carlo da Sezze. Risiedette successivamente nei conventi di S. Maria Seconda in Morlupo, di S. Maria delle Grazie in Ponticelli, di S. Francesco in Palestrina, di S. Pietro in Carpineto Romano, di S. Pietro in Montorio e di S. Francesco a Ripa in Roma; tra il 1640 e il 1642 dimorò per breve tempo nei conventi di S. Giovanni Battista al Piglio e in quello di S. Francesco in Castelgandolfo. Nell'ottobre del 1648, partecipando alla celebrazione eucaristica nella chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case in Roma, al momento dell'elevazione, ricevette dall'ostia consacrata  - unico santo nella storia della Chiesa -  una stimmata al cuore.

             Impiegato negli uffici propri del suo stato  - cuoco, ortolano, portinaio, questuante e sagrestano -  Carlo si distinse per l'umiltà, l'ubbidienza, la pietà serafica e l'amore verso il prossimo, riuscendo ad unire alla più intensa vita interiore e contemplativa una instancabile attività caritativa e apostolica che lo condusse a Urbino, a Napoli, a Spoleto e in altre città.

             Laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, cardinali e pontefici si giovarono dell'opera di fr. Carlo, che aveva avuto da Dio doni straordinari, tra i quali, in particolare, quelli del consiglio e della scienza infusa, che gli permise di attendere ad una straordinaria produzione ascetico-letteraria, impossibile stando al solo corso degli studi da lui compiuti.

              Ad Alessandro VII, che lo interrogava su Girolama Spada, giustiziata come eretica a Campo de' Fiori il 5 luglio 1659, Carlo rispose che non si era mai recato a casa della donna, sapendo che in lei non v'era nulla di buono.

              Clemente IX lo inviò a Montefalco per esaminarvi lo spirito di una monaca, falsamente ritenuta santa. Carlo predisse il supremo pontificato ai cardinali Fabio Chigi (Alessandro VII), Giulio Rospigliosi (Clemente IX), Emilio Altieri (Clemente X) e Gianfrancesco Albani (Clemente XI).

             Dopo la morte, avvenuta il 6 gennaio 1670 a S. Francesco a Ripa, comparve sul petto di Carlo un singolare stigma, che fu riconosciuta di origine soprannaturale da un'apposita commissione medica e fu addotto come uno dei due miracoli richiesti per la beatificazione. I processi canonici, iniziati poco dopo la morte, subirono notevoli ritardi dovuti a contingenze storiche. Clemente XIV dichiarò l'eroicità delle virtù il 14 giugno 1772; Leone XIII, con breve del 1° ottobre 1881, lo beatificò il 22 gennaio 1882, e il beato Giovanni XXIII lo canonizzò il 12 aprile 1959. La sua festa si celebra in diocesi il 7 gennaio. 

 

dal sito internet della Diocesi di Latina

San Carlo da Sezze (1613 1670)

 Il cuoco di Gesù e Maria.

 Ultimi mesi del 1635, convento francescano di Nazzano, presso Roma. Il giovane converso fra' Cosimo, dal nome così ordinario, sta attraversando un periodo decisamente tribolato.

Oltre ad alcuni confratelli, che lo considerano un sempliciotto buono a nulla, ci si è messo anche Dio che, da un po' di tempo, sembra tenerlo d'occhio con particolare attenzione. Da Sezze, suo paese natale, si trova lì per l'anno di noviziato, prima di essere ufficialmente accolto nell'ordine di San Francesco. Nonostante la buona volontà, tutto ciò che intraprende finisce nel fallimento e nella vergogna. Il superiore che lo segue, lo ha destinato ai lavori della cucina e dell'orto; fra' Cosimo ce la mette tutta, ma è un disastro: pile di piatti in frantumi, oggetti
smarriti, pietanze bruciacchiate, danni vari alla produzione di ortaggi. Per queste mancanze è costretto a disciplinarsi “con gradissimo travaglio” e a cibarsi in ginocchio con pane e acqua, talvolta con una pietra al collo. Quando non riesce a rispettare il silenzio oppure commette errori nel parlare, il Maestro gli ordina di strisciare più volte la lingua per terra. Un giorno continua quella strana penitenza dalle 14,30 alle 20, ininterrottamente, perché il solerte Maestro, richiamato altrove, si è dimenticato di sospenderla. Alle prove degli uomini si aggiungono quelle da parte di Dio: crisi interne contro la fede, tentazioni diaboliche, scrupoli eccessivi. Fra' Cosimo non è nuovo alle tribolazioni. Le sue disavventure cominciano già in tenera età: Giancarlo (questo è il nome di battesimo) è figlio di un contadino- falegname. Non ha molta attrattiva per lo studio, tanto che il maestro di scuola, un giorno, lo picchia così forte da lasciarlo mezzo stordito. A fatica riesce “un poco a leggere e malamente a scrivere“. Preferisce l'aria aperta e il lavoro nei campi. Va avanti così, alla buona, pascolando buoi e somarelli, ma ha nel cuore il segreto desiderio di consacrarsi al Signore come religioso laico. A tale scopo prega e si prepara. I suoi compagni, che lo vedono spesso con la corona in mano, lo chiamano “l'homo selvatico”, ma egli non se ne dà pensiero. Cresce così in fretta nell'amore di Dio che a diciassette anni fa voto di perpetua castità, finché, vincendo la resistenza del padre che lo vuole almeno sacerdote, entra come semplice fratello laico nel noviziato francescano di Nazzano. Qui, nel 1636, il suo anno di prova sta per finire e finalmente, nel mese di maggio, i superiori lo ammettono alla professione religiosa con molta difficoltà, “a motivo della mia dappocaggine”, come scrive nella sua Autobiografia. Per l'occasione, e dietro l'insistenza della madre, gli viene nuovamente cambiato il nome e fra' Cosimo diventa fra' Carlo. Da quel momento la sua vita è un alternarsi di spostamenti da un convento all'altro, in totale obbedienza ai superiori. A Morlupo, dove è inizialmente destinato, ridiventa ortolano e cuoco. E ricominciano i guai, come egli stesso ci riferisce: piatti e vasellame in mille pezzi, ampolline versate sull'altare, minestre scondite, omissioni di ogni genere... Per rimediare a queste mancanze, arriva al punto di presentarsi in refettorio con i cocci appesi al collo, chiedendo umilmente pubblica penitenza. Nonostante i pasticci, fra' Carlo è ugualmente felice della sua vita da religioso: santifica il suo umile e monotono ufficio immaginando di preparare il cibo ora a Gesù, ora alla Madonna, ora ai re Magi e agli Apostoli. Quando lava i piatti e spazza i corridoi ripete la sua giaculatoria "domestica": “Gesù, Maria, lavate e pulite il cuore e l'anima mia”. Ai poveri che bussavano alla porta del convento offre l'elemosina di un piatto di minestra e di una parola di conforto, ai religiosi di passaggio riserva la sua porzione di carne. Nel 1637 viene trasferito nel convento di Ponticelli (Rieti). Continua a fare l'ortolano e il cuoco. E a rompere stoviglie. Una volta, per assistere alla santa Messa, lascia bruciare tutto il pesce che i confratelli hanno appena pescato. Come penitenza è condannato a cibarsi per dieci giorni con pane e acqua, inginocchiato per terra. Nel 1638 riprende la serie delle peregrinazione di convento in convento: Palestrina, Piglio, Castelgandolfo, Carpineto. Dovunque si ripete la solita storia, le solite incombenze, con l'aggiunta di nuovi uffici, come quello di portinaio e sacrestano. Anche le incomprensioni, le sofferenze e le umiliazioni sono le stesse: ma è proprio in questo periodo di trasferimenti, apparentemente insulso e privo di grandi avvenimenti, che Dio comincia a favorirlo di doni mistici: estasi, locuzioni, scrutazione dei cuori. Se ne accorgono anche superiori e confratelli che, lentamente, iniziano ad avere una diversa considerazione nei suoi confronti. Nel 1646 fra' Carlo è trasferito nel convento di San Pietro in Montorio. Da quel momento, fino alla morte, la sua vita si svolge prevalentemente a Roma. Sono gli anni più importanti che segnano il suo incredibile cammino contemplativo. Ma le prove non sono ancora finite: lo tormentano crisi di aridità, tentazioni contro la fede e perfino calunnie infamanti. Fra' Carlo risponde con la sua pietà e la sua generosità, distinguendosi per l'assistenza ai bisognosi e l'apostolato generoso e rischioso a favore dei malati di peste. Trova tempo anche per scrivere, in obbedienza al volere dei superiori. E dalla penna e dal cuore di un illetterato, “scrittore senza lettere”, come egli stesso si definisce, sgorgano opere prodigiose: trattati ascetici, canti spirituali, settenari, novene, poesie e, soprattutto, l'Autobiografia, preziosissimo documento per la ricostruzione della sua identità storica e spirituale. Ormai è così conosciuto e stimato che da ogni parte lo ricercano come consigliere spirituale: laici, ecclesiastici, vescovi, perfino cardinali e pontefici. Nel dicembre del 1669 viene richiesto nella diocesi di Spoleto: fra' Carlo obbedisce come sempre, nonostante le forze stiano per abbandonarlo. Riesce ad arrivare soltanto a Tolentino. Trasportato a Roma, muore di pleurite nel convento di San Francesco a Ripa. È la mattina del 6 gennaio 1670, giorno dell'Epifania. Cuciniere, ortolano, portinaio, questuante e sacrestano, San Carlo da Sezze si distinse per l'umiltà, l'ubbidienza, la pietà e l'amore verso il prossimo, riuscendo ad unire una intensa vita contemplativa ad una instancabile attività apostolica. Nella conclusione del “Cammino interno dell'anima”, egli, rivolgendosi al confessore, ci ha lasciato una straordinaria confessione della sua “scienza”: “I libri dei quali mi sono servito sono stati quattro, che dirò a gloria di Dio: il primo è stato la frequenza alla santa comunione; il secondo il servire alla santa messa, il terzo il Crocifisso, il quarto l'orazione”. Fra' Carlo, cuoco illetterato, ha saputo vivere e insegnare la scienza di Cristo.

Alessandro Belano fdp su “Don Orione Oggi” - gennaio 2006

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