8  febbraio     metodi per diventare santi

Quando una persona ama tanto un'altra, desidera ardentemente di andarle vicino:

dunque perché avere tanta paura di morire? La morte ci porta a Dio! (S.Giuseppina Bakhita)

             Sudan, Africa orientale, 1876. Un territorio immenso, otto volte più grande dell’Italia.

             Un paese spaventosamente povero, ieri come oggi, preda di briganti, negrieri, trafficanti. La storia, drammatica e meravigliosa, è quella di una bambina che, a soli sette anni, viene rapita mentre gioca nei pressi di uno sperduto villaggio e condotta in schiavitù.

              Improvvisamente inizia per lei un lungo itinerario segnato dal dolore e dall’orrore. Ma il destino di questo piccolo fiore africano è guidato da Dio il quale convertirà il male e la sofferenza in frutti di bene e benedizione. A raccontarci la storia è lei stessa, in alcuni brevi e preziosissimi appunti autobiografici. L’estenuante viaggio verso il mercato di schiavi di El Obeid dura otto giorni. La piccola schiava non ha nemmeno un nome: sono i suoi rapitori che la chiamano ironicamente Bakhita, ossia, in arabo, “Fortunata”. Ad acquistarla è un mercante musulmano il quale, poco dopo, la rivende ad un generale dell’armata turca in servizio a Khartum che la destina al completo servizio della madre e della moglie. Inizia per lei un periodo di atroci sofferenze. Le due donne non le concedono un momento di tregua: “Le frustate ci piombavano addosso senza misericordia, di modo che, in tre anni che stetti al loro servizio, non ricordo d’aver passato un solo giorno senza piaghe, perché non ancora guarita dai colpi ricevuti, altri me ne piombavano addosso senza sapere il perché”. Il peggio deve ancora venire: in onore del padrone, secondo una terribile usanza, gli schiavi devono portare sul proprio corpo dei segni particolari, ottenuti con tatuaggi e incisioni. Un giorno tocca anche a lei: “Viene una donna esperta in questa crudele arte. Si fa portare un piatto di farina bianca, uno di sale e un rasoio. Avuto ordine di risparmiarmi la faccia, comincia a farmi sei tagli sul petto, e poi sul ventre fino a sessanta, sul braccio destro: quarantotto. Come mi sentissi non lo potrei dire. Mi pareva di morire ad ogni momento, specie quando mi stropicciò con il sale. Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me”.

             Le resteranno per sempre sul corpo centoquarantaquattro cicatrici. Nel 1882 il suo padrone deve tornare in Turchia: Bakhita, insieme ad altri schiavi, viene nuovamente messa in vendita e comprata dall’agente consolare italiano in Sudan, Callisto Legnani. Per la prima volta si accorge che nessuno, nel darle comandi, usa la frusta: “Il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi tanto bene. Mia occupazione era di aiutare la cameriera nelle faccende domestiche; non ebbi rimbrotti, né castighi, né percosse, sicché non mi pareva vero di godere tanta pace e tranquillità”.

             Situazioni politiche costringono il Console a partire per l’Italia. Bakhita lo segue: finisce per essere ceduta ad una famiglia di Mirano Veneto e a frequentare le suore canossiane della Congregazione delle Figlie della Carità di Venezia. E’ l’occasione della sua definitiva liberazione.

              Presso la comunità canossiana Bakhita, ex schiava, incontra la fede cristiana. Inizia per lei un diverso itinerario segnato, questa volta, non più dalle catene e dalle piaghe, ma dalla gioia della scoperta di Cristo e del vangelo. Dopo alcuni mesi di catecumenato riceve il battesimo, la cresima e la comunione. E’ il 9 gennaio 1890. Quel giorno, a quello di Bakhita, le sono aggiunti i nomi di Giuseppina Margherita. Lentamente nel suo cuore si fa strada un nuovo e più profondo desiderio, quello di diventare religiosa. Sarà così: l’8 dicembre 1896, a Verona, pronuncia i voti religiosi e diventa suora canossiana. A verificarne la preparazione è il Card. Giuseppe Sarto, il futuro San Pio X. Il patriarca la congeda con queste parole: “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”. Nel 1902 viene destinata a Schio (Vicenza). Per oltre cinquant’anni questa vera testimone dell’amore di Dio si adopera in tutto ciò che le viene richiesto con una obbedienza e umiltà commoventi: è cuciniera, sacrestana, guardarobiera, ricamatrice, portinaia. I bambini che frequentano le scuole dell’Istituto la chiamano subito in tono affettuoso “Madre Moretta” e questo nome le rimarrà familiare per sempre.              Nel 1935 inizia una serie di viaggi di animazione missionaria in Italia. Riservata e schiva per natura, riesce ugualmente a testimoniare la sua passione missionaria con semplicità e sapienza. A chi la interroga sulla sua terribile avventura, Suor Giuseppina ripete che soffrire come schiavi non è la peggiore sofferenza del mondo, se si giunge infine a conoscere il “Padrone celeste”. In un convegno di giovani, uno studente bolognese le chiede: “Cosa farebbe se incontrasse i suoi rapitori?”. Senza un attimo di esitazione, risponde: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa”.

             E’ cresciuta nella povertà e nella povertà vuole rimanere. Già anziana, possiede solo la corona e il crocifisso. Una volta si reca dalla madre superiora e le dice: “Mi restano solo la corona e il crocifisso, ma se lei vuole mi distacco anche da questi”. Le sue condizioni di salute vanno via via peggiorando. A una consorella che si interessa dei suoi acciacchi, risponde: “Me ne vado adagio adagio, a passo a passo, perché ho due grosse valigie da portare: in una ci sono i miei peccati, nell’altra, molto più pesante, i meriti infiniti di Gesù”.

             Finisce per essere spinta su una sedia a rotelle: cella-chiesa, chiesa-cella, un percorso umanamente insignificante. Nella cappella trascorre ore in adorante contemplazione, apparentemente senza far nulla: guarda ora il tabernacolo, ora il crocifisso. Una volta viene dimenticata in chiesa. Quando, alcune ore dopo, una consorella si accosta chiedendole scusa per quel fastidioso imprevisto, riceve questa risposta: “Ah, no!, sono stata bene con Lui!”. Negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si aggravano. La diagnosi è seria: artrite deformante, bronchite asmatica con tosse, polmonite doppia. Nell’agonia rivive i terribili giorni della schiavitù. Più volte, in delirio, supplica l’infermiera che l’assiste: “Mi allarghi le catene... pesano!”. Le sue ultime parole sigillano la sua devozione a Maria: “La Madonna! La Madonna!”.              E’ l’8 febbraio 1947. Una folla enorme si riversa ben presto nella casa dell’Istituto per vedere un’ultima volta la sua “Madre Moretta” e chiederne l’intercessione dal cielo. Il suo corpo si conserva flessibile tanto che le mamme possono sollevare il braccio di Suor Giuseppina e metterlo sul capo dei loro figli come segno di protezione. E’ l’ultimo gesto di carità di Bakhita, la “Fortunata”. La schiava di Cristo è ormai eternamente libera nell’infinito di Dio.

 

don Alessandro Belano, su “Don Orione Oggi” febbraio 2006

www.donorione.org

Santa Giuseppina Bakhita

 

Sudan 1869

+ Schio (Vicenza) 

8 febbraio 1947.

 

Fiore africano, che conobbe le angosce del rapimento e della schiavitù, si aprì mirabilmente alla grazia in Italia, accanto alle figlie di S. Maddalena di Canossa.

Santa Giuseppina Bakhita

 

profilo curato da

Gianni Mangano

Messina, 2010