Casella di testo: 3  dicembre          Metodi per diventare santi
Casella di testo: La missione promette assai bene; ma ho bisogno di santi! Quante volte io ho pensato a voialtri, o cari i miei figli! (San Luigi Orione)

San

Francesco Saverio

 

Patrono delle missioni

 

Xavier (Navarra, Spagna)

7 aprile 1506

 

+ isola di Sancian (Cina)

3 dicembre 1552

             L'apostolo delle Indie

Isola di Sancian, Mar Cinese meridionale. È una fredda giornata di dicembre. Un missionario spagnolo, in preda a delirio, giace abbandonato sulla spiaggia, in una misera baracca esposta a un gelido vento del nord. Accanto a lui un giovane interprete cinese, Antonio di Santa Fè. Sembrerebbe una fine davvero ingloriosa e tragicamente ironica: in poco più di dieci anni il nobile Francisco de Jassu y Xavier ha compiuto viaggi in mezzo mondo, percorrendo circa 100 mila chilometri, un traguardo che farebbe ancora oggi impallidire i moderni globe-trotter. Adesso è lì, sopraffatto e immobilizzato dal male, in attesa del viaggio definitivo. È nato nel 1506 in Navarra, Spagna, nel castello di Xavier, ultimo di sei figli. A diciassette anni è a Parigi, come giovane e brillante studente universitario. Sogna ambiziosi traguardi di gloria mondana, ma, alla Sorbona, conosce un altro spagnolo, Ignazio di Loyola, il quale, intuendo l’eccezionale valore del giovane amico, gli ripete ogni giorno il passo evangelico: “Francesco, che giova guadagnare tutto il mondo se poi perdi la tua anima?”. Francesco ne è conquistato e, assieme ad altri giovani, decide di spendere la propria vita al servizio di Dio e del prossimo. Il giorno dell’Assunzione del 1534, nella cripta della chiesa di Montmartre, Francesco Xavier, Ignazio di Loyola e altri cinque compagni si consacrano a Dio facendo voto di povertà e castità e si impegnano a dedicarsi alle missioni, in totale obbedienza al Papa. Nasce in quel giorno la “Compagnia di Gesù”, di cui Francesco è uno dei primi membri. Ordinato sacerdote a Venezia, Francesco si mette a disposizione del suo “capitano” Ignazio, il quale invia i suoi uomini “in partes infidelium”. Su invito del re del Portogallo, egli viene scelto come missionario e legato pontificio per le colonie portoghesi nelle Indie orientali. Nel 1541, a trentacinque anni, ha inizio la grande avventura. Francesco si imbarca su una nave mercantile sprovvisto di tutto. Porta con sé soltanto il breviario e il rosario. Il viaggio è orribile. Non si tratta di una crociera turistica: anni dopo, nel 1616, su 22 gesuiti partiti per la Cina, ne arriveranno vivi soltanto 8. La nave trasporta un equipaggio formato da schiavi e condannati, la feccia del Portogallo. Francesco soffre il mal di mare per due mesi, ininterrottamente. Nonostante ciò imparte lezioni di catechismo, predica ogni domenica davanti all’albero maestro, si prende cura degli ammalati, trasforma la sua cabina in una infermeria. Il medico di bordo testimonierà in occasione del processo canonico: “Si occupava personalmente di tutti gli infelici, li curava e ascoltava le loro confessioni. Non si concedeva riposo alcuno e faceva tutto quanto con grande gioia”. La nave veleggia verso sud, costeggia l’Africa occidentale, doppia il Capo di Buona Speranza e raggiunge il Mozambico, il cimitero del Portogallo, dove vengono scaricati e lasciati morire gli ammalati più gravi. Il 6 maggio del 1542 Francesco raggiunge finalmente Goa, nel sud dell’India, capitale dell’impero portoghese d’Oriente. Non perde tempo: Goa diventa il centro della sua intensissima attività missionaria che si irradia per un’area immensa, fino a toccare la costa indiana dei Pescatori di Perle, di fronte a Ceylon (l’attuale Sri Lanka). Scrive: “La moltitudine di quelli che si convertono alla fede di Cristo in questa terra è tale che molte volte ho le braccia stanche per il battezzare e non posso parlare per le tante volte che recito il credo e i comandamenti nella loro lingua... qualche giorno battezzo un intero villaggio”. Inarrestabile, indistruttibile, Francesco si apre a nuovi orizzonti. Nel 1545 raggiunge la penisola Malacca e infine le numerose isole Molucche, in Indonesia. È sempre animato dallo stesso zelo missionario, dalla stessa furiosa tenacia del bene. La sua vita ha dell’incredibile. Sembra un personaggio di Salgari, se non fosse tutto vero: ha fatto tre volte naufragio, ha passato tre giorni su un relitto in balia delle onde, è stato attaccato dai musulmani, costretto a nascondersi nella jungla per sfuggire agli strangolatori, seguaci della dea Kalì, ha dovuto affrontare briganti, pirati, negrieri senza scrupoli, cannibali, cacciatori di teste, bestie selvagge, malattie tropicali. Nonostante ciò rivela: “Non sono mai stato così felice altrove, né così a lungo”. Nel 1549 una nuova, coraggiosa scelta. Ha deciso di raggiungere il Cipangu, ossia il Giappone, come allora si chiamava. Si imbarca su una giunca cinese, comandata da un certo Pirata, un idolatra che continua a offrire sacrifici agli idoli. Ottiene il permesso di evangelizzare il Paese e, in circa due anni, riesce a dar vita a varie comunità cristiane formate da tutte le classi sociali, compresi nobili e samurai. Trascorre le giornate tra stenti, derisioni, fatiche di ogni genere. A preoccuparlo è, soprattutto, l’aperta ostilità dei bonzi buddisti. Francesco decide allora di recarsi dall’imperatore, a Kyoto, per ottenere il permesso di predicare liberamente in tutti i villaggi. Non viene ricevuto a corte per via del suo aspetto povero e dimesso, un atteggiamento che suscita disprezzo presso i nobili e i signori. Ci riprova poco dopo, con vestiti sontuosi, accompagnato da un corteo formato dai suoi compagni travestiti da servitori. Si fa annunciare come rappresentante del re del Portogallo e porta con sé vari doni per l’imperatore giapponese, tra cui un orologio a suoneria, un paio di occhiali, un archibugio. L’incontro ha successo e Francesco ottiene di poter predicare liberamente e di fare conversioni. L’adattamento in stile nipponico dà subito i suoi frutti e, in due mesi, il missionario amministra più di cinquecento battesimi. Ma il cuore di Francesco sogna un orizzonte ancora più vasto e difficile: la sterminata e inaccessibile Cina. Nell’agosto del 1552 raggiunge l’isola remota di Sancian, a una decina di chilometri dalla costa della Cina. In cambio di denaro, ha convinto un mercante cinese a farlo sbarcare sulla costa, vicino a Canton, da dove spera di compiere l’ultimo balzo. Improvvisamente il male: una grave polmonite. È trasportato a bordo di una nave portoghese che si trova in zona, ma non riesce a sopportare il moto del battello e viene sbarcato di nuovo, in preda a febbre alta. Le sue condizioni sono disperate. Viene letteralmente abbandonato sulla costa, esposto a un gelido vento del nord. Quella mattina di dicembre, Francesco è sulla spiaggia di Sancian. Il fedele Antonio, presagendo la fine, gli pone tra le mani una candela accesa. Riferirà più tardi: “Con gli occhi rivolti al cielo, con il volto molto allegro e a voce alta, a modo di preghiera, faceva alcuni discorsi di cose che io non capivo perché non erano nella nostra lingua...; e così continuò a parlare con grandissimo fervore per cinque o sei ore; e aveva sempre in bocca il nome di Gesù”. Muore all’alba del sabato 3 dicembre 1552, a 45 anni e mezzo di età. Alle esequie del missionario che, in vita, era stato circondato da migliaia e migliaia di persone, partecipano soltanto in quattro: il cinese Antonio, un portoghese e due schiavi. San Francesco Saverio, Sant’Oriente Express, prega per noi!

Don Alessandro Belano su:

 “Don Orione oggi” - dicembre 2007