Casella di testo: 30  aprile          metodi per diventare santi
Casella di testo: a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede (S.Giuseppe Benedetto Cottolengo).

È un freddo giorno del gennaio 1566. Nel segreto della Cappella Sistina, in Vaticano, il cardinale Carlo Borromeo si inginocchia davanti al domenicano Michele Ghisleri e lo supplica di accettare l’elezione come nuovo pontefice.

Nonostante il carattere forte e austero, il cardinale Ghisleri è titubante e scoppia a piangere. Ripete ai presenti: “Non posso! Non sono degno!”. Anche gli altri cardinali insistono: hanno votato per lui, vogliono lui. Finalmente si ode un piccolo “sì”, pronunciato in modo quasi impercettibile. Con quel flebile e sofferto assenso, emesso solo per amore di Dio e della Chiesa, il cardinale “alessandrino” diventa il nuovo Papa, prendendo il nome di Pio V. Antonio Ghisleri era nato a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, nel 1504. Vive l’infanzia nella povertà, esercitando l’attività di pastore. Cresce con un carattere diretto,
essenziale, amante della giustizia sociale e morale. Dopo un casuale incontro con alcuni frati Predicatori, a 14 anni entra nel convento domenicano di Voghera dove compie gli studi di teologia e diventa fra’ Michele di Alessandria. Ordinato sacerdote brucia tutte le tappe di un’eccezionale carriera: professore di teologia, priore del convento, superiore provinciale, vescovo di Sutri e Nepi, cardinale, grande inquisitore, vescovo di Mondovì, finché, il 7 gennaio 1566, è eletto papa, non nella contentezza di tutti. E infatti, che sia un Papa scomodo, lo si vede subito: appena insediato nel Palazzo Vaticano fa distribuire ai poveri il denaro che, per tradizione, viene destinato alla festa dell’incoronazione; caccia il buffone di corte, retaggio di un papato principesco; riduce da 1060 a 600 le “bocche inutili” della curia; diminuisce in modo drastico il personale domestico, al quale dice che, entrare al suo servizio, è come accedere “non a una corte, bensì a un monastero”. Poi si dedica con energia alle riforme ecclesiali, per attuare i decreti del Concilio di Trento, appena celebrato. Si può dire che nessun settore di rilevanza della vita della Chiesa sfugge alla sua attenzione (e alla sua scure). In appena sei anni di pontificato riesce a svolgere una azione ecclesiale, spirituale, morale e sociale che ha dell’incredibile: impone l’obbligo della residenza ai vescovi, la clausura ai religiosi, il celibato ai sacerdoti; invia visitatori apostolici nelle diocesi, per controllare la vita spirituale e morale degli ecclesiastici e dei fedeli; esorta alcuni cardinali, sotto minaccia di sanzioni, a modificare il loro stile di vita poco edificante; istituisce una commissione cardinalizia che deve esaminare la scienza e la condotta di tutti i sacerdoti romani. Per migliorare la moralità di una Roma godereccia emana ordinanze severissime: punisce l’accattonaggio e la bestemmia; vieta il combattimento di tori e la festa di carnevale; espelle da Roma un numero enorme di cortigiane; impone un limite alle spese per le feste pubbliche; caccia un suo nipote, da poco nominato comandante della guardia pontificia, per comportamento poco decente. La sua azione moraleggiante è così intensa e decisa che alcuni contemporanei lo accusano di voler “trasformare Roma in un grande monastero domenicano”. Contemporaneamente agisce con inesorabile energia per difendere la purezza della fede. Anche qui è un vero e proprio terremoto. Riorganizza il Tribunale dell’inquisizione per combattere gli errori dottrinali e i delitti contro la morale; fonda la Congregazione dell’Indice, un nuovo organismo per il controllo e la censura dei libri; conduce una vera campagna contro l’eresia; incrementa le missioni nelle Americhe, in Africa e Asia; sopprime l’Ordine degli Umiliati che contrastava le sue riforme in Lombardia; scomunica la regina Elisabetta d’Inghilterra per la morte di Maria Stuarda; invia proprie milizie a combattere contro gli Ugonotti in Francia; pubblica nuovi libri liturgici, tra cui il Catechismo Romano (1566), il Breviario (1568) e il Messale Romano (1570), rendendo effettiva l’unità della Chiesa nella dottrina e nella liturgia; promuove tenacemente la devozione al Rosario (lui stesso lo recita ogni giorno). Ed è proprio al Rosario che è legata una delle pagine più importanti della storia d’Europa e della cristianità. Con il contributo di vari alleati, Pio V riesce ad allestire una grande flotta che, a Lepanto, sconfigge quella turca, il 7 ottobre 1571, ottenendo un notevole successo politico e fermando l’invasione islamica in occidente. Per ricordare la vittoria, ottenuta per il prodigioso intervento di Maria, viene istituita la festa della Madonna della Vittoria, poi detta del Rosario, che si celebra ancora oggi. Altrettanta tenacia e zelo impiega nell’azione sociale: ha un interesse particolare per i poveri, soccorrendoli con larghe elemosine; si prende cura degli ammalati che spesso visita negli ospedali, servendoli con le proprie mani; lotta contro il brigantaggio nello Stato Pontificio; apre strade, costruisce acquedotti; favorisce i Monti di Pietà per combattere la piaga dell’usura; due volte alla settimana dà udienza al popolo per 10 ore di seguito; una volta al mese riceve i poveri per ascoltare direttamente da loro le lamentele sulle ingiustizie subite. Anche con se stesso non scherza, mantenendo da Papa l’austerità che lo distingueva come religioso: continua a portare il saio bianco domenicano (che da allora diviene tradizionale per tutti i pontefici); dorme poche ore al giorno, su un semplice pagliericcio; si ciba quasi esclusivamente di legumi e frutta e, mentre mangia, si fa leggere brani della Sacra Scrittura; due volte al giorno medita a lungo davanti al Crocefisso; non si dispensa mai dal digiuno, neppure quando è ammalato. Riferisce un cronista del tempo: “Il popolo era affascinato quando lo vedeva nelle processioni, a piedi scalzi e a capo scoperto, con in volto l’espressione di una pietà non finta, con la barba lunga, bianca come la neve”. La malattia che lo tormenta da tempo (calcoli renali), nel mese di aprile del 1572 comincia a diventare più dolorosa. Il male è diventato così grave da causargli dei continui deliqui. Sentendo vicina la morte, Pio V si fa mettere l’abito domenicano e riceve i sacramenti. I presenti raccolgono le sue ultime parole: “Signore, aumenta i miei dolori, ma anche la mia pazienza”. Muore il 1° maggio 1572. La salma, tumulata inizialmente in San Pietro, viene in seguito trasferita nella basilica di S. Maria Maggiore, nonostante egli, per testamento, avesse deciso di essere sepolto nella chiesa dei domenicani del suo paese natale. La notizia dell’elezione pontificia di Pio V non venne accolta con grande gioia dal popolo romano, il quale, conoscendo la severità del Cardinale “alessandrino”, lo considerava troppo duro e austero. Informato di ciò, Pio V rivolse a Dio la seguente preghiera: “O Signore, dammi la grazia di vivere e agire in modo tale che il popolo sia più afflitto per la mia morte che per la mia elezione”. Avvenne proprio così quando, la mattina del 1° maggio 1572, per i rioni di Roma si sparse la notizia che era morto “er Papa gajardo”.

Alessandro Belano fdp su “Don Orione Oggi” - aprile 2005

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San PIO V

 

(1504-1572)

Casella di testo: Da San Pio V a Don Orione Santo, Giovanni Marchi su Don Orione Oggi maggio 2004