Casella di testo: 30  aprile          metodi per diventare santi
Casella di testo: a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede (S.Giuseppe Benedetto Cottolengo).

L'operaio della Divina Provvidenza

             Una domenica di settembre del 1827. La voce trafelata del sagrestano: “Signor canonico, presto, c’è una donna che sta morendo all’albergo della Dogana Vecchia!”. Il signor canonico sbuffa un po’ per quella improvvisa interruzione ma poi, per dovere sacerdotale, si dirige verso il luogo indicato. Il distinto Signor Canonico è don Giuseppe Benedetto Cottolengo, nato a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1786, il primo di dodici figli di una famiglia borghese religiosissima. Fin da giovane si sente attratto dalla vita sacerdotale, al punto che intraprende gli studi nelle mura domestiche, poiché i seminari piemontesi sono chiusi a causa della guerra napoleonica. Nel 1811 corona il suo sogno e viene ordinato sacerdote a Torino. Vuole lavorare in una parrocchia rurale per dedicarsi al semplice ministero pastorale tra il popolo, ma i confratelli lo consigliano di proseguire gli studi. Don Benedetto accoglie l’invito e si iscrive al dottorato di teologia presso l’università di Torino. Ottenuta la laurea, viene nominato canonico presso la basilica del Corpus Domini di Torino. Il suo ministero sacerdotale si svolge in un servizio a Dio e al prossimo dignitoso ed entusiasta, ma privo di grossi scossoni. Fino a quel giorno. All’albergo lo aspettano pianti e imprecazioni. In uno squallido locale è distesa una donna agonizzante, affetta da tubercolosi, rifiutata dagli ospedali ai quali ha chiesto soccorso, nonostante sia al sesto mese di gravidanza. Attorno a lei il marito disperato e cinque bambini in lacrime. Il Canonico cerca parole di consolazione e di speranza e assiste la donna fino alla morte. Prima di uscire, consegna qualche soldo a quello sconosciuto. Quell’improvvisa esperienza di dolore, morte, povertà e abbandono lo ha turbato e segnato. Rientrato, prega a lungo nell’oscurità della sua chiesa, davanti all’immagine della Madre della Misericordia. All’improvviso ordina di accendere tutte le candele e di suonare le campane. Ai pochi fedeli, accorsi da quell’insolito richiamo, fa recitare le litanie mariane. Al termine, senza una parola di spiegazione, pronuncia una frase misteriosa: “La grazia è fatta! La grazia è fatta! Sia benedetta la Santa Madonna!”. La grazia a cui il Cottolengo accenna è quella, straordinaria, di aver compreso e scelto la via della carità più eroica e assoluta. La sua vita cambia radicalmente. Nei giorni seguenti vende quadri, libri, oggetti personali, l’orologio d’oro e perfino il mantello per affittare due camere in una casa, davanti alla sua chiesa, che viene chiamata, significativamente: “Deposito della Provvidenza”. È la prima sede di un piccolo ricovero, nel quale la prima ospite è una vecchietta paralitica che Don Benedetto ha trovato per strada senza documenti né soldi. Nei mesi successivi vengono affittate altre stanze e una giovane vedova, Maria Nasi Pullini, raduna un gruppo di ragazze volontarie. La presenza di quei malati, sistemati alla meglio, comincia a creare qualche problema al vicinato. Anche alcuni colleghi canonici sollevano lamentele perché l’impresa è avventata e causa loro discredito. Nel 1831, quando sul Piemonte si abbatte il colera, le autorità fanno chiudere la Piccola Casa, ritenendola poco igienica. A Don Giuseppe non resta che cercare una nuova sistemazione. Sceglie un’area desolata nei sobborghi della città di Torino, chiamata Valdocco, costellata di misere stamberghe e osterie. Qui, il 27 aprile 1832, prende in affitto un piccolo edificio e vi si trasferisce con un unico paziente, malato di tumore. E’ l’inizio della sua Piccola Casa della Divina Provvidenza, che pone sotto la protezione di S. Vincenzo de’ Paoli. L’intuizione carismatica d’ora in avanti sarà inarrestabile e stupefacente. In breve tempo le costruzioni si susseguono una dietro l’altra per soddisfare ogni necessità: malati incurabili, anziani, malati mentali, bambini orfani e abbandonati. La Piccola Casa cresce fino a trasformarsi in un vero centro sociale che comprende ospedali, asili, ricoveri, orfanotrofi, scuole e officine. Don Giuseppe non manda mai via nessuno. Affida tutti e tutto alla Divina Provvidenza verso la quale ha una fiducia illimitata: “a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede”. E la Provvidenza continua ad assisterlo ogni giorno, intervenendo nei momenti critici in modi misteriosi e miracolosi, attraverso aiuti economici insperati, somme ingenti provenienti da ignoti benefattori. A chi gli chiede se ha “programmato” qualcosa di nuovo, risponde: “Io non interrogo la Provvidenza, preferisco seguirla. La Divina Provvidenza sa certamente ciò che vuole. A me tocca solo assecondarla”. Al centro di questa fede pone una certezza che egli magnificamente sintetizza con queste parole: “I poveri sono Gesù in persona e come tali bisogna servirli. Tutti i poveri sono i nostri padroni, ma quelli che all’occhio materiale sono così ributtanti sono i nostri padronissimi, sono le nostre vere gemme. Essi sono Gesù”. In mezzo a tanto fervore e sudore apostolico don Giuseppe fonda perfino cinque monasteri di suore contemplative e uno di eremiti. Li considera tra le realizzazioni più importanti, una sorta di mistico cuore che deve battere per tutta la Piccola Casa della Divina Provvidenza. La fine di questo gigante della carità avviene in modo rapido. Non ha ancora compiuto cinquantasei anni, ma è sfinito dalle penitenze e dalle fatiche. Nel mese di aprile del 1842 le sue condizioni di salute si aggravano, anche a causa di un attacco di tifo petecchiale. Percependo la fine imminente, Don Benedetto si fa portare a Chieri, dal fratello Luigi. Muore il sabato 30 aprile, pronunciando le parole “in domum Domini ibimus”, “andiamo alla casa del Signore”. Pochi giorni dopo la sua morte, Silvio Pellico scrisse le seguenti parole: “Poche volte mi trovai a parlare coll’ottimo Cottolengo e sempre la carità mi sfavillava dai suoi occhi e dalle sue parole... Le opere sue portano l’impronta divina perché piene d’amore, di compassione, di santo ardimento e senza superbia. Io ne sono sbalordito a commosso”. Ancora oggi centinaia di “depositi della Provvidenza” continuano ad accogliere poveri e bisognosi di ogni sorta. Sono i “Cottolenghi”, il cui nome richiama il loro ideale fondatore, Don Giuseppe Cottolengo, l’operaio della divina Provvidenza.

 

Sac. Alessandro Belano su “Don Orione oggi”

aprile 2007

S. Giuseppe Benedetto Cottolengo

(1786-1842)

 

Liturgia Eucaristica

San Giuseppe Benedetto Cottolengo

 

profilo curato da

Gianni Mangano

Messina, 2010